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Diego_Armando_Maradona è stato un antico, eterno sogno


Ho visto Maradona… eppure non l’ho mai visto giocare dal vivo, ma solo molti anni più tardi in un albergo di Madrid.

L’ho visto quando da bambino scelsi di educare il mio sinistro, io destro naturale, per “imitarlo” al punto da diventare più mancino che ambidestro, sognando l’impossibile, come è giusto che sognino i giovanissimi.

L’ho visto nei racconti di un’epoca che si chiude oggi definitivamente, gli anni ottanta, ruggenti di modernità e tuttavia ancorati alle radici del secolo breve. Anni violenti e lenti (ancora per poco), vorticosi e destinati a segnare un’era, quella del passaggo tra il prima e il dopo l’esplosione dell’iper-connettività, del pan-consumismo, ad ogni costo, ad ogni prezzo.
Maradona è tutto ciò che ci siamo portati appresso del Novecento. L’eccesso sfrenato e sfrontato della poesia, quando si fa terrena.

L’ho visto, ancora, nella strafottenza dell’autodeterminazione del genere umano. Di un pibe qualsiasi che sin da piccolo decide che salverà il mondo, almeno quello degli ultmi aggrappati ad un pallone nella perenne ricerca di un conforto, di una speranza. Quiero jugar un mundial y salir campeón, diceva ad undici anni. E gliel’ho visto fare, salvare quel mondo, anche se solo per effimeri momenti, durante la sua non lunghissima carriera calcistica.

L’ho visto, ancora, mantenere promesse, giurare amori, come quando nell’84 lui, appena ventitreenne, arrivato a Napoli disse di voler essere l’idolo dei ragazzi poveri di Napoli, perché sono come ero io a Buenos Aires.

L’ho visto prendere parte, schierarsi, fottersene del politicamente corretto, parlare alto, parlare forte. Sporcarsi di fango per aiutare un amico in un campo di periferia, trascinare un popolo (ma chissà quanti) alla riscossa sociale e politica prima che sportiva.

L’ho visto, poi, essere un “dios humano“, fino in fondo. E fino in fondo ha pagato il peso del successo, dell’opprimente vortice del consumo mediatico in cui è finito sin da ragazzino. E lo ringrazio, per non avercelo mai fatto pesare. Per aver incassato calci e colpi, in campo e fuori, senza mai perdere la sua identità di ribelle (elegante, correttissimo e líder máximo sul prato verde, al limite, e oltre, della provocazione fuori).

Anche il “dribbling” è di per sé poetico […] il sogno di ogni giocatore (condiviso da ogni spettatore) è partire da metà campo, dribblare tutti e segnare. Se, entro i limiti consentiti, si può immaginare nel calcio una cosa sublime, è proprio questa. Ma non succede mai. È un sogno… (P.P.P.)

Con queste parole Pier Paolo Pasolini, che si riferiva al calcio come ad un linguaggio vero e proprio, con i connotati della poesia, della prosa e di tutti gli schemi propri di una lingua, definiva uno dei suoi momenti “sublimi”. E però forse si sbagliava, o forse no…

Qualcuno che dribblasse tutti, per di più in un mondiale di calcio, nella partita più politica della storia, c’è stato. Ed ha scritto quella ed altre pagine di poesia che avrebbero senz’altro entusiasmato il poeta bolognese.

L’ha visto anche Pasolni, Maradona, anni prima delle sue gesta. In un sogno, nei sogni dei bambini dimenticati delle periferie dei sud del mondo. E forse però proprio di un sogno si è trattato, di un antico ed eterno sogno.

Diego_Armando_Maradona, tutto d’un fiato come la sua vita, ha legato indissolubilmente, e volutamente, il suo mito a quella Napoli definita incorruttibile (come se stesso, del resto) dallo stesso P.P.P.. E l’ha fatto inconsciamente consapevole del fatto che nella città di Partenope i miti non muoiono, mai, neppure dopo quasi tremila anni di storia.
Resterà quello che è sempre stato: un amico, un padre, un figlio, uno scugnizzo, un fratello, un inarrivabile calciatore che non ci ha mai rinnegato, mai giudicato, sempre difeso e spronato a sognare l’impossibile. Perché l’impossibile è sempre dietro l’angolo quando hai al tuo fianco Maradona.

Grazie, Diego.
Che inizi la Storia, l’eternità ti attende.

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Politica

Giacomo Matteotti, un inno alla verità quasi un secolo dopo

MatteottiIl 30 maggio 1924 Giacomo Matteotti pronunciava il suo ultimo discorso in Parlamento. Pochi giorni dopo, il 10 giugno, sarebbe stato ucciso.
Una delle più lucide e drammatiche testimonianze di attaccamento alla verità, un ultimo dignitoso senso del dovere, che costò la vita a colui che sarebbe diventato poi simbolo dell’Italia repubblicana.
Matteotti amava il sapore delle cose vere, del resto le sue origini, costruite sull’odore del rame e del ferro, che il padre commerciava, raccontano dell’inflessibilità della sua morale.

Nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che, se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso

È il 30 maggio di 96 anni fa quando il deputato Matteotti prende la parola in Parlamento, deciso com’ è a contestare le elezioni tenutesi il 9 aprile di quello stesso anno, e soprattutto disgustato dalle procedure messe in atto per indirizzarne gli esiti.
Qualche tempo prima, nel ’21, ha già dato alla luce un rapporto (Inchiesta sulle gesta dei fascisti in Italia) che denuncia fortemente e per la prima volta, le violenze delle squadre d’azione durante la precedente campagna elettorale.

Matteotti dunque non ci sta, ma la sua posizione intransigente e riformista lo porta ben presto ad un isolamento politico.
Nel 1922, infatti, viene espulso dal Partito Socialista Italiano e fonda il Partito Socialista Unitario, di cui diventa segretario. Nonostante l’isolamento, nello stesso anno in cui verrà assassinato, pubblicherà poi (a Londra) anche un libro The fascisti exposed; a year of fascist domination, in cui le azioni violente dei fascisti e le tecniche volutamente intimidatorie, perpetrate ai danni della cittadinanza, vengono meticolosamente riportate. Il libro è un duro atto d’accusa alla situazione italiana dell’epoca, e si presenta come un grido in cerca d’aiuto, carico di rabbia, rivolto alla comunità internazionale.

A Melfi…  a Melfi è stata impedita la raccolta delle firme con la violenza. In Puglia fu bastonato perfino un notaio…
A Genova  i fogli con le firme già raccolte furono portati via dal tavolo su cui erano stati firmati

Quel 30 maggio, Giacomo Matteotti chiede di invalidare l’elezione di almeno un gruppo parlamentare, a causa di evidenti prove di brogli, ma la sua proposta è respinta con decisione: 285 deputati la bocciano, 42 si astengono e 57 appoggiano la richiesta. Troppo pochi.
La solitudine in cui viene relegato lo spinge in un angolo.

Io posso documentare e far nomi […] Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine, ebbero, dentro le cabine, in moltissimi Comuni, specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i loro voti

 

Il 10 giugno, verso le ore 16, Matteotti è per strada, sta andando a Montecitorio. Lo aspetta una Lancia Lambda nera, lucida, elegante. Cinque uomini solo lì ad attenderlo; si tratta di membri della polizia politica. Lo strattonano, poi lo percuotono fino a stordirlo, e in pochi secondi lo obbligano a salire sull’auto

Due ragazzini presenti all’evento, raccontano di una colluttazione che si scatena all’interno dell’abitacolo. Pochi metri più avanti, Matteotti avrebbe poi lanciato dal finestrino il suo tesserino di Parlamentare. Tesserino ritrovato in seguito.

Passeranno 67 lunghissimi giorni prima del ritrovamento del suo cadavere. Lo fiuta il cane di un carabiniere in licenza, nei boschi di Riano, in provincia di Roma.
Il corpo è stato sepolto sommariamente. Il cadavere è forzatamente piegato in due, abbandonato, come qualsiasi altra carcassa di animale.

[Dall’ultimo discorso di G.M.]

Giacomo_Matteotti_parlamentare-217x300Presidente: “Onorevole Matteotti, se ella vuole parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente” Giacomo Matteotti: “Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente!

Da quel giorno inizia la caccia alle responsabilità, più o meno sincera. Si moltiplicano le ipotesi e lo stesso Mussolini assicura di voler chiarire la vicenda. Ma è una tragedia in salsa italiana, e anche il riconoscimento e l’arresto degli esecutori, non placheranno, nei tempi a venire, sospetti e supposizioni, sino a coinvolgere ambienti massonici d’alto grado e il Re.

La moglie di Matteotti, poco prima del funerale, scriverà: “Chiedo che nessuna rappresentanza della Milizia fascista sia di scorta al treno: nessun milite fascista di qualunque grado o carica comparisca, nemmeno sotto forma di funzionario di servizio.
Chiedo che nessuna camicia nera si mostri davanti al feretro e ai miei occhi durante tutto il viaggio, né a Fratta Polesine, fino a tanto che la salma sarà sepolta.
Voglio viaggiare come semplice cittadina, che compie il suo dovere per poter esigere i suoi diritti; indi, nessuna vettura-salon, nessun scompartimento riservato, nessuna agevolazione o privilegio; ma nessuna disposizione per modificare il percorso del treno quale risulta dall’orario di dominio pubblico. Se ragioni di ordine pubblico impongono un servizio d’ordine, sia esso affidato solamente a soldati d’Italia
»


Successivamente, in maniera sorprendente, in nessuno dei processi sarà accertato il coinvolgimento diretto di Mussolini, anche se gli assassini risulteranno esponenti o sostenitori del Regime.

Giacomo Matteotti riposa oggi nel cimitero di Fratta Polesine.
Simbolo dell’Italia che pretende il cambiamento, fu tra coloro che diedero il via ad un processo, tuttora incompiuto, orientato verso uno Stato trasparente e rivolto alla ricerca della verità.
Ogni volta che una strage o un evento drammatico del nostro Paese viene insabbiato e nascosto alla memoria collettiva, si cancella anche un pezzo di testimonianza di persone di inestimabile valore umano come questa.

Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta […] Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano…

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Politica, Società

L’eredità di quel 23 maggio 1992

Io la ricordo quella primavera-estate del ’92. Ero piccolo, molto, sette anni appena, eppure ricordo l’aria pesante di quelle bombe. La consapevolezza negli adulti di essere di fronte a qualcosa di inimmaginabile, per quanto violento e sfacciato.

Giovanni Falcone non doveva solo morire, doveva essere polverizzato, così come Borsellino. Non doveva restare di lui neppure un briciolo della sua sagacia, della sua tenerezza, della sua persistenza nella lotta a quella montagna di merda che voleva trasformarlo in una montagna di polvere.

La mafia uccideva nel 1992, uccide ancora oggi. Attimo dopo attimo si è andata costruendo quest’ Italia in cui son cresciuto e che mi ha visto partire. La mia coscienza, pure, si è arricchita di esempi, di eroi (quasi sempre sacrificati purtroppo, su tutti Pasolini) tanto potenti non solo da sopravvivere alla loro morte, ma da continuare a svolgere con ancor più forza la propria missione.

Il brutale assassinio di cui fu vittima, le centinaia di chili di tritolo, non sono stato altro che un detonatore silenzioso capace, nel tempo, e nelle coscienze giuste, di rafforzare quell’idea di tenacia e di Stato integro di cui spesso se n’è avvertita la mancanza negli ultimi decenni.

Di Giovanni Falcone, della magistrato Francesca Morvillo (sua moglie), degli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro parlerò a mio figlio. Che con l’innocenza dei suoi 11 mesi di vita dorme beato in questo momento in cui scrivo, baciato da un sole madrileño di fine maggio, portatore di speranza.
Un sole che si spense per un attimo in un pomeriggio di 28 anni fa e che invece non ha fatto altro che irradiare di forza e fiducia chi ha voluto e saputo ripercorrere le orme di questi martiri.

La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.01-00109001003203

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Non luoghi, Parole

quarantèna

solitudine hoppers. f. Periodo di segregazione e di osservazione al quale vengono sottoposti persone, animali e cose ritenuti in grado di portare con sé o trattenere i germi di malattie infettive (da Treccani).

Ed eccoci qua. Ben oltre i quaranta giorni di isolamento e osservazione, inizialmente previsti per chi rientrasse da zone esotiche o perlopiù venisse dal mare. Non importa che il motivo sia un mostro silente e contagioso come le coscienze infangate dai nostri ritmi. Covid-19, Coronavirus, SARS-Cov-2, nomi per coprire noi stessi più che per etichettare una malattia.

Una quarantena ad oltranza (da quanti giorni ormai?), prorogabile ed essenziale, necessaria e anacronistica. Ci siamo ritrovati tutti, più o meno consapevolmente, al cospetto di questa nuova realtà fatta di sguardi sospetti, di attesa, di desideri inespressi e tenaci come mai. La quarantena che ha inesorabilmente isolato più che i nostri corpi, la nostra essenza di animali sociali, ché poi da soli ci si ritrova pieni di dèmoni in realtà.
I dèmoni delle ambizioni, che sbattono inesorabilmente contro il falso attivismo, fatto di dichiarazioni, intenzioni e delusioni, giustificatamente sottomesse nell’ordine naturale delle cose dei nostri giorni uguali e di fretta.

Anticamente, all’entrata di un porto, tappa obbligata dei viaggiatori in odor di malattie, erano i lazzaretti delle città, per la quarantena, appunto, prima di comunicare dove si volesse andare.

Oggi quei lazzaretti siamo noi stessi. Nel silenzio delle nostre nuove giornate, falsamente coperto dai contenuti mainstream divorati come Saturno divorava suo figlio, ci accorgiamo che, in fondo, ci sta bene così. Non ci tirate fuori, per favore, per riportarci al cospetto delle difficoltà, non fino a che avremo compreso il valore, quello vero, delle scelte.

Scegliere di vivere, di morire, di amare. Scegliere di tornare nel turbinio dell’esistenza, ché quando te ne rendi conto è tardi.
In fondo ci è stata data, nostro malgrado, l’opportunità unica di fermarci di fronte alla vita, eppure ancora vivi, come un malato nel suo letto di morte. Noi, non tutti purtroppo, torneremo presto al nostro essere umani e sociali. Sarebbe bello non sprecassimo nemmeno un secondo di più, ma non avverrà.

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Parole

Pirata

Marco_Pantani

Marco Pantani, il Pirata

Pirata (ant. pirato) s. m. [dal lat. pirata, gr. πειρατς, der. di πειράω «tentare, assaltare»] (pl. –i, ant. –e). – 1. Chi percorre il mare per assalire e depredare a proprio esclusivo beneficio navi di qualunque nazionalità, il loro carico, le persone imbarcate…

È questa la prima definizione che il dizionario Treccani ci dà della parola pirata. È vero, veniva dal mare, ma lo faceva per risalire la montagna il più in fretta possibile “per abbreviare l’agonia”. Lui, l’unico Pirata ancora in giro negli ormai lontani anni novanta, scappava via, dagli avversari, dalle telecamere, da sé stesso talvolta, ma tornava sempre lì, alla sua bici che era la sua vita.
Si è spento, forse ucciso, quindiciannifa. Tutto attaccato, sì, perché così sono trascorsi questi anni, come scorrevano le salite sotto i suoi colpi, tutti d’un fiato.
Per chi come me non è nato appassionato di ciclismo, ma lo è diventato, è impossibile non pensare quindi all’unico vero significato contemporaneo della parola Pirata: Marco Pantani.

Un nome che ancora oggi si legge anch’esso d’un fiato, romantico come una pennellata di Friedrich al cospetto della natura, duro nei nervi come gli inchiostri di Goya; era un tutt’uno con le emozioni che si portava appresso. Ricordo ancora perfettamente il suo scatto su Tonkov, al Giro ’98. Un tuono nelle gambe all’improvviso a spaccare in due le forze e la testa del campione russo, che nulla può di fronte all’epica del cesenate.

Quindici anni dopo Marco Pantani ci manca. Ci manca la verità a portar luce sulla sua morte con troppi punti oscuri.
Ci manca la poetica di un’altra era dello sport raccontata dalla voce rotta di De Zan, dove pur in un ciclismo infestato dai trucchi di spietati prestigiatori, emergevano persone, e non solo personaggi, come il Pirata.

Ci manca la sua sfrontatezza. Il record dell’Alpe d’Huez a soli 25 anni che ancora resiste e dove oggi uno dei tornanti è dedicato a lui. Via l’orecchino al naso, via gli occhiali, via la bandana, via la borraccia via tutto, bisogna essere leggeri e non importa che gli avversari fiutino l’attacco, inizia la salita e l’unico modo per affrontarla è quello. Ci manca il suo essere sempre, in fondo, quel bravo ragazzo dagli occhi neri e lucidi della provincia romagnola e il suo attaccamento insensato al dolore, quello delle salite e non solo.

Non ci mancano, infine, le sanguisughe che in vario modo se lo son portato via, il Pirata, in un San Valentino del 2004, tra lo sconcerto di chi lo aveva amato. E noi ancora oggi a chiederci perché.

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