Parole

Pirata

Marco_Pantani

Marco Pantani, il Pirata

Pirata (ant. pirato) s. m. [dal lat. pirata, gr. πειρατς, der. di πειράω «tentare, assaltare»] (pl. –i, ant. –e). – 1. Chi percorre il mare per assalire e depredare a proprio esclusivo beneficio navi di qualunque nazionalità, il loro carico, le persone imbarcate…

È questa la prima definizione che il dizionario Treccani ci dà della parola pirata. È vero, veniva dal mare, ma lo faceva per risalire la montagna il più in fretta possibile “per abbreviare l’agonia”. Lui, l’unico Pirata ancora in giro negli ormai lontani anni novanta, scappava via, dagli avversari, dalle telecamere, da sé stesso talvolta, ma tornava sempre lì, alla sua bici che era la sua vita.
Si è spento, forse ucciso, quindiciannifa. Tutto attaccato, sì, perché così sono trascorsi questi anni, come scorrevano le salite sotto i suoi colpi, tutti d’un fiato.
Per chi come me non è nato appassionato di ciclismo, ma lo è diventato, è impossibile non pensare quindi all’unico vero significato contemporaneo della parola Pirata: Marco Pantani.

Un nome che ancora oggi si legge anch’esso d’un fiato, romantico come una pennellata di Friedrich al cospetto della natura, duro nei nervi come gli inchiostri di Goya; era un tutt’uno con le emozioni che si portava appresso. Ricordo ancora perfettamente il suo scatto su Tonkov, al Giro ’98. Un tuono nelle gambe all’improvviso a spaccare in due le forze e la testa del campione russo, che nulla può di fronte all’epica del cesenate.

Quindici anni dopo Marco Pantani ci manca. Ci manca la verità a portar luce sulla sua morte con troppi punti oscuri.
Ci manca la poetica di un’altra era dello sport raccontata dalla voce rotta di De Zan, dove pur in un ciclismo infestato dai trucchi di spietati prestigiatori, emergevano persone, e non solo personaggi, come il Pirata.

Ci manca la sua sfrontatezza. Il record dell’Alpe d’Huez a soli 25 anni che ancora resiste e dove oggi uno dei tornanti è dedicato a lui. Via l’orecchino al naso, via gli occhiali, via la bandana, via la borraccia via tutto, bisogna essere leggeri e non importa che gli avversari fiutino l’attacco, inizia la salita e l’unico modo per affrontarla è quello. Ci manca il suo essere sempre, in fondo, quel bravo ragazzo dagli occhi neri e lucidi della provincia romagnola e il suo attaccamento insensato al dolore, quello delle salite e non solo.

Non ci mancano, infine, le sanguisughe che in vario modo se lo son portato via, il Pirata, in un San Valentino del 2004, tra lo sconcerto di chi lo aveva amato. E noi ancora oggi a chiederci perché.

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Arte & Letteratura, Non luoghi

Alzheimer, autoritratti di un artista

Nel 1995, all’artista britannico William Utermohlen [in alto un autoritratto del 1967] fu diagnosticato l’Alzheimer. Un responso che ancora oggi purtroppo suona quasi come una sentenza dal momento che, a prescindere dalla rapidità dell’evoluzione della malattia, l’aspettativa di vita dal momento della diagnosi va dai 3 ai 9 anni.
Nonostante ciò, William, appresa la notizia decise di affrontare la malattia con una struggente serie di autoritratti, realizzati in 5 anni dal 1995 al 2000, documentando così il graduale decadimento delle sue facoltà mentali.
Terrore, tristezza, rabbia e rassegnazione si esprimono mentre l’artista lotta per preservare la sua coscienza artistica, contro il graduale progresso della demenza e la deportazione forzata verso il non-luogo dell’Alzheimer.

Un saggio della vedova dell’artista, Patrizia, spiega perfettamente perché le immagini che seguono sono così necessarie e potenti: “In queste immagini vediamo con il cuore spezzato, le sue paure e la sua tristezza”. È difficile dire se i cambiamenti nei ritratti sono dovuti principalmente alla perdita di capacità cognitive o piuttosto al decadimento dello stato d’animo ma, ad ogni modo, testimoniano l’emotiva agitazione di un artista che assiste alla dissoluzione e all’allontanamento della propria mente dal proprio IO, pezzo a pezzo, ricordo dopo ricordo.

Detail Sel Portrait with car 1995

Detail Sel Portrait with car 1995

Self Portrait with Easel 1996

Self Portrait with Easel 1996

Self Portrait (Red) 1996

Self Portrait (Red) 1996

Self Portrait with Saw 1997

Self Portrait with Saw 1997

Self Portrait (Yellow) 1997

Self Portrait (Yellow) 1997

Self Portrait with Easel 1998

Self Portrait with Easel 1998

Erased Sel Portrait 1999

Erased Sel Portrait 1999

Head 2 - 2000

Head 2 – 2000

Empty Head - 2001

Empty Head – 2001

William Utermohlen ha realizzato i suoi ultimi disegni a matita dal 2000 al 2002. È stato curato da sua moglie, amici e badanti a casa fino a quando il suo deterioramento ha reso necessario il suo ingresso nella casa di cura Princess Louise nel 2004. È morto nell’ospedale di Hammersmith, Londra, il 21 marzo 2007.

Dalla loro esibizione al Wellcome Trust di Londra nel 2001, i ritratti hanno ricevuto un riconoscimento anche da parte della comunità medica, della stampa e del pubblico.
Oggi raccontano il dramma di una malattia senza pietà; sono un monito per non perdere mai l’opportunità tutta umana di guardarsi dentro e, paradossalmente, una speranza per non essere dimenticati attraverso le nostre opere e le nostre esperienze.

 

 

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Società

Marina Amores e la sua denuncia del maschilismo nel mondo dei videogiochi

marina amoresEl Intermedio (su La Sexta intorno alle 21.40) è un programma che spesso guardo con piacere qui a Madrid, perché è delle poche trasmissioni che riesce ad informare facendo vera satira, irriverente e comica, sui temi d’attualità.
Una delle rubriche più interessanti, è quella curata da una delle presentatrici, Sandra Sabatés: Mujer tenía que ser, dove si raccontano storie di donne, direttamente con la loro voce e dalla loro prospettiva, che stanno contribuendo a cambiare la visione maschilista e sessista dei nostri tempi.
Poche sere fa, una delle ospiti era Marina Amores, esperta in comunicazione audiovisiva applicata ai videogiochi.

Marina raccontava quanto sia questo un settore difficile per le donne. Lei è giocatrice professionista e sa perfettamente che quando una donna vuole addentrarsi nel mondo dei videogiochi, si scontra automaticamente con un “rifiuto del sistema”. Da quelli che chiama “atteggiamenti paternalisti“, di chi ti regala premi o oggetti nel gioco, a chi ti rende la partita piuttosto sgradevole pur facendo parte dello stesso team, con frasi come “preparami un sandwich” o “vai a lavare i piatti”, i comportamenti maschilisti sono innumerevoli e molto comuni nelle partite online,  spiega Marina.
Ironizzando, per quanto si possa, su questi stereotipi, A fregar è il titolo che ha scelto per il suo blog, creato affinché tutte le donne appassionate di videogiochi potessero condividere le proprie esperienze come vittime di atteggiamenti sessisti.
Del resto con lo stesso obiettivo di aiutare a dare visibilità e ad aumentare la consapevolezza su questo problema, da alcuni anni esistono varie pagine web che racclgono gli insulti maschilisti ricevuti online, durante una partita, da migliaia di giocatrici. Basta andare, ad esempio, su Fatuglyorslutty per capire di cosa parliamo.

Marina racconta che iniziò a riflettere su questi comportamenti quando, come YouTuber dedicata al mondo dei videogiochi, si rese conto che spesso i commenti degli utenti erano rivolti alla sua persona, a come era vestita, al suo fisico più che ai contenuti esposti; aggressioni verbali subite da moltissime donne e che l’hanno portata ad utilizzare, ora, solo una voce off nei suoi video di presentazione.
“Non è vero che non ci sono donne appassionate di videogiochi”, sottolinea, basti pensare che in Spagna il 47% dei giocatori amateur è composto da donne, ma le giocatrici professioniste non superano neppure il 5%. Il problema è che la pratica online, che è la vera “Academy” per milioni di players nel mondo, è resa difficile e poco gradevole dai problemi sopra esposti.

cattura

Una celebre eroina dei videogame: Cortana (Halo)

Anche se c’è molto ancora da fare, Marina tuttavia crede che con l’arrivo di professioniste nella produzione di videogiochi, qualcosa cambierà. Ad oggi i personaggi femminili dei video games sono quasi sempre relegati a ruoli secondari, passivi, spesso con vestiti succinti (vedi foto in alto) e in attesa di essere salvate da qualsivoglia eroe maschile…
Adesso, per fortuna e anche se molto lentamente, le cose stanno cambiando. Ora che anche le donne stanno iniziando a creare videogiochi si stanno aprendo “nuove prospettive e scrivendo nuove storie che aiuteranno la forma che abbiamo di vedere il mondo”.

Questo si, e ne è convinta anche Marina Amores, “nessun cambiamento sarà mai possibile senza il supporto degli uomini“; è giunto il momento che si impegnino anche pubblicamente per una società meno fondata sui valori del maschilismo e del sessismo.

 

[scritto in esclusiva per il blog di Fanpage.it]

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Politica

Il fiato corto

Si può morire di sonno? Probabilmente no, ma nel sonno si, lentamente come se addormentati e incoscienti.
In una Ravenna di fine anni settanta si muore.

L’Ilva di Taranto

E’ il 1958 quando l’Anic, Azienda Nazionale Idrogenazione Carburanti, apre i battenti, e contamina l’esistenza di un’intera generazione.
Rino, il protagonista di Morti di sonno cerca di rubare, oltre alle pesche del campo vicino, avvelenate, anche gli scampoli di una gioventù solo sfiorata e mai pienamente conquistata. L’oppressione di una periferia onnipresente angoscia la sua vita e quella dei suoi amici, un degrado morale e fisico accompagna i protagonisti di questo romanzo a fumetti, dove il giorno dopo sembra non arrivare mai, e la presenza mortale della fabbrica invade i polmoni e i sogni anche di chi, unicamente grazie ad essa, può sopravvivere al morso della povertà.

E’ una storia vecchia, per questa nostra società, quella del lavoro a caro prezzo. Ti pago, ma ti uccido, e se non vieni ammazzo anche la tua famiglia, con la fame. Questo il leitmotiv di decenni di industrializzazione, nel nome della produttività. E a quando la redenzione? Sono storie romanzate direte voi, e invece no. Come tante storie romanzate, sono vere; e come tante storie vere, sono drammatiche e appartengono al presente, scivolandoci sotto il naso, e dentro i polmoni.

Era il 1958 dicevamo, era un’epoca fa, ma oggi è tutto uguale, solo che certi mostri si tenta di istituzionalizzarli.

E’ il caso dell’Ilva di Taranto. Nata più o meno nello stesso periodo, sembra essere lì da sempre.
Andare in certi quartieri della città è come viaggiare per terre lontane, forse arabe, forse asiatiche, certamente desertiche e malinconiche, con il rosso dei minerali lavorati che come un manto di morte contamina decine di kilometri quadrati. A tratti è necessario tirar via dai cornicioni delle case questi depositi di veleno, a tratti ci si ricorda di vivere in un piccolo paradiso, con la Costa Jonica dal mare cristallino, e la macchia mediterranea dei litorali, che gridano vendetta.

Dal punto di vista istituzionale non si è riusciti e non si riesce ancora a mettere fine a questo mostro divoratore di vite. Le tante promesse degli attuali governanti si stanno ora scontrando con la cruda realtà del ricatto economico per cui, come detto, o lavori e muori o muori senza lavorare.

A Taranto dunque si continua a morire, con una media di tumori e linfomi di molto superiore alla quella regionale, come rivela il Registro Tumori finalmente istituito.

Ma la gente in città non dorme più e nel sonno non morirà. Taranto conduce una battaglia che appartiene a tutti noi.
Riconvertiamo questi mostri ecologici.

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Arte & Letteratura, Società

La lunga strada di sabbia: una recensione sulle orme di PPP

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Alcune pagine degli articoli originali

Lo confesso, ho sempre amato la gigantesca portata intellettuale di Pier Paolo Pasolini. L’ho amata sin da ragazzino, quando ho provato a recepirne i riflessi sparsi in tutti i suoi libri, quando ho trascorso ore ad ascoltare i suoi interventi televisivi, a cercare di capire (e carpire) l’audacia interpretativa dei suoi capolavori cinematografici.
Mi ha accompagnato sempre, in ogni momento di crescita fisica e intellettuale, e credo di poter affermare con certezza che il punto di svolta, di passaggio dall’età dell’adolescenza a quella adulta, sia stato un libro mai finito, un affresco nero e incompleto di quello che fummo e che probabilmente siamo, il libro  Petrolio. Con questo grosso volume, la cui stesura fu interrotta dall’uccisione del poeta Pasolini, ho compreso il peso che lo scrittore avvertiva su di sé, scevro e al tempo stesso impregnato sino al midollo dalle oscenità politiche e sociali del suo (nostro) tempo. Con Petrolio ho smesso definitivamente di cercare scappatoie alle schifezze del mondo: erano lì, davanti a me e a tutti noi, ed evitarle non sarebbe stato più possibile.


Qualche tempo fa, mi sono imbattuto in un libro fotografico composto dagli appunti elaborati in articoli per la rivista “Successo”, scritti da Pasolini nel 1959, per raccontare un viaggio lungo le coste italiane. La lunga strada di sabbia (pubblicato da Contrasto nel 2005) è un reportage del poeta romagnolo nato da un percorso poi ripreso dal fotografo Philippe Séclier, che a quarant’anni di distanza ne ha ritratto i luoghi e gli scenari sociali. È un libro, degli appunti (con tanto di manoscritti originali), che non avevo mai letto e che consiglierei a tutti.
Nelle pagine di questo lungo cammino, al volante di una Fiat Millecento, c’è l’Italia del boom economico ancora incerta, sincera eppure già corrotta in molti aspetti. Nelle migliaia di chilometri percorsi ci sono i locali alla moda e senz’anima della riviera romagnola (o meglio con un’anima venduta al progresso), la miseria di alcune periferie sociali e culturali dove si rincorre ancora il tozzo di pane per sopravvivere ma, soprattutto, c’è molto incanto.


L’Italia vista da Pasolini nel 1959 è tutto un susseguirsi di emozioni, come quando superata Roma, provenendo dalla Liguria, gli si dipana davantil’affascinante Sud. Pasolini è un bambino alla ricerca delle sensazioni di gioia e verità già perdute sul finire degli anni cinquanta e forse mai pienamente recuperate.
In quell’Italia Taranto è ancora un città antica e meravigliosa, il suo mare cristallino e la Puglia un paradiso di persone vere. L’Ilva è solo un fantasma, i mostri dell’Italia, di cui ci scandalizzeremo solo più avanti, sono tutti presenti in nuce negli angoli visitati dallo scrittore. Eppure tutto sembra avere ancora una speranza, derivante più che altro dal passato, dai contadini, dai ragazzi dai volti spigolosi del Sud, dalla passionale innocenza dei giovani del Nord.
L’Italia mi è parsa un vero unico paese, leggendo il libro, ed era molto che non la vedevo così. Diversa, diversissima da costa a costa, da settentrione a meridione, passando per le borgate romane. Un paese di cui si fa presto a sentire la mancanza non appena lo si incontra, fosse anche attraverso le pagine di un libro, e che tuttavia è la stessa terra che abbiamo lasciato scivolare nell’indecenza dell’abuso, edilizio e non solo. Nel vandalismo della corruzione ad ogni costo.
Ho avuto voglia di ripercorrerla quella Italia, quella di oggi. Il viaggio continua ad essere la miglior forma di confrontarsi con la realtà, quella di un paese vivo, ma solo sotto la superficie, laddove le volgarità di certo progresso faticano ad attecchire e dove le differenze culturali si trasformano in opportunità.
È un libro che dovrebbero leggere tutti. Un viaggio per chi ha smesso di sognare per colpa di qualche euro in più.

 

[Già pubblicato per Pronews]

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Parole

Il Barone Emigrante

Come un qualsiasi Barone Rampante me ne sto appollaiato sull’albero dell’incertezza. Meno nobile, meno attivo, forse persino meno caparbio del celebre personaggio di Italo Calvino, ma altrettanto desideroso di ritrovarmi e di trovare una via comune e condivisa verso cui dirigersi.

L’anno inizia con qualche difficoltà, ma tante speranze. Da quassù, dagli alberi della non-conoscenza di cui siamo un po’ tutti seminatori, tutto scorre più o meno uguale. C’è ripresa, dicono, almeno qui in Spagna.

Lavoro (cos’altro è la ripresa oggigiorno…) è una parola difficile e racchiude in sé molte cose. Dalla radice sanscrita labh che sta a significare il gesto dell’afferrare e più in senso lato orientare la volontà, si comprende che si tratta di un qualcosa che in termini marinari (se qui di viaggio stiamo parlando) è molto più simile a un timone che a un semplice motore.
Il lavoro è dunque ciò che ci permette, non senza sforzo, di dare un senso al nostro veleggiare verso mete talvolta incerte; ci consente di resistere ai venti contrari, di orientare il cammino e puntare dritto (o quasi) verso gli obiettivi.
Ecco, nonostante ciò, e qui dico una banalità, oggi il lavoro persino nella nostra Europa è ancora un’incertezza, e lo è non tanto in termini assoluti, dove il tasso di disoccupazione è più o meno alto a seconda dei paesi europei ma, soprattutto, dal punto di vista territoriale, all’interno degli stessi paesi.

E così se la Sicilia (e purtroppo ci sarebbero molti altri esempi) è costretta a contare tre volte e mezza il numero di disoccupati della Lombardia, vuol dire allora che lì si sta creando una generazione costretta a navigare “a vento” molto più che in altre zone d’Italia. Ma questo, lo sappiamo, è estremamente pericoloso e priva l’individuo di quella capacità decisionale che ci rende orgogliosi quando riusciamo in un progetto, che ci da motivazioni quando sappiamo che una nostra idea può portare a risultati.

Il punto è quindi che eliminando il controllo che abbiamo sui nostri progetti (il timone), eliminiamo una parte fondamentale dell’individuo, che è la possibilità di scelta, di decisione e azione, con le relative e attese conseguenze.
La parola individuo, come ci ricorda il latino, sta ad indicare qualcuno che è per sua stessa natura un individuus, un soggetto indivisibile, ed ecco quindi il cortocircuito: il lavoro, che dovrebbe essere guida e punto fermo della nostra pianificazione di futuro, diventa, con la sua assenza, una delle principali cause di smarrimento per l’uomo contemporaneo.

Molte volte alcune scelte dolorose provano a sopperire a questa mancanza, tra queste l’emigrazione, che però purtroppo, spesso, altro non è che un tentativo di cambiare imbarcazione, pur approdare a lidi talvolta neppure cercati. Ed ecco che da Barone Rampante, che sceglie liberamente di starsene sugli alberi, ci trasformiamo in una specie di Barone Emigrante, che più cerca un cammino, più è costretto ad allontanarsi dai punti fermi (come la propria terra) della sua vita.

Come un qualsiasi Barone Rampante me ne sto appollaiato sugli alberi dell’incertezza. Meno nobile, meno attivo, forse persino meno caparbio del celebre personaggio di Italo Calvino, ma altrettanto desideroso di ritrovarmi e di trovare una via comune e condivisa verso cui dirigersi.

L’anno inizia con qualche difficoltà, ma tante speranze. Da quassù, dagli alberi della non-conoscenza di cui siamo un po’ tutti seminatori, tutto scorre più o meno uguale. C’è ripresa, dicono, almeno qui in Spagna.

Lavoro (cos’altro è la ripresa oggigiorno…) è una parola difficile e racchiude in sé molte cose. Dalla radice sanscrita labh che sta a significare il gesto dell’afferrare e più in senso lato orientare la volontà, si comprende che si tratta di un qualcosa che in termini marinari (se qui di viaggio stiamo parlando) è molto più simile a un timone che a un semplice motore.
Il lavoro è dunque ciò che ci permette, non senza sforzo, di dare un senso al nostro veleggiare verso mete talvolta incerte; ci consente di resistere ai venti contrari, di orientare il cammino e puntare dritto (o quasi) verso gli obiettivi.
Ecco, nonostante ciò, oggi, il lavoro è ancora un’incertezza, e lo è non tanto in termini assoluti, dove il tasso di disoccupazione è più o meno alto a seconda dei paesi europei ma, soprattutto, dal punto di vista territoriale, all’interno degli stessi paesi.

E così se la Sicilia (purtroppo ci sarebbero molti altri esempi) è costretta a contare tre volte e mezza il numero di giovani disoccupati della Lombardia, vuol dire allora che lì si sta creando una generazione costretta a navigare “a vento” molto più che in altre zone d’Italia. Ma questo, lo sappiamo, è estremamente pericoloso e priva l’individuo di quella capacità decisionale che ci rende orgogliosi quando riusciamo in un progetto, che ci da motivazioni quando sappiamo che una nostra idea può portare a risultati.

Il punto è quindi che eliminando il controllo che abbiamo sui nostri progetti (il timone), eliminiamo una parte fondamentale dell’individuo, che è la possibilità di scelta, di decisione e azione, con le relative e attese conseguenze.
La parola individuo, come ci ricorda il latino, sta ad indicare qualcuno che è per sua stessa natura un individuus, un soggetto indivisibile, ed ecco quindi il cortocircuito: il lavoro, che dovrebbe essere guida e punto fermo della nostra pianificazione di futuro, diventa, con la sua assenza, una delle principali cause di smarrimento per l’uomo contemporaneo.

Molte volte alcune scelte dolorose provano a sopperire a questa mancanza, tra queste l’emigrazione, che però purtroppo, spesso, altro non è che un tentativo di cambiare imbarcazione, pur approdare a lidi talvolta neppure cercati. Ed ecco che da Barone Rampante, che sceglie liberamente di starsene sugli alberi, ci trasformiamo in una specie di Barone Emigrante, che più cerca un cammino, più è costretto ad allontanarsi dai punti fermi (la propria terra) della sua vita.


[pubblicato per blog di Fanpage.it]

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Società

“Doing God’s work”, ovvero il grande equivoco di essere Charlie

10931416_843835585674487_9123322211951587597_n-620x360Da quando è accaduto il terribile attentato di Parigi, e l’incredibile vicenda del supermercato preso in ostaggio, ho provato più volte a cercare di imboccare un cammino col pensiero in grado di tirarmi fuori dall’impasse mediatica in cui, inevitabilmente, si scivola in questi casi.
L’emozione, la scossa violenta a cui di colpo pare impossibile sottrarsi ci ha catapultati in un comprensibile stato di angoscia e terrore, una sensazione già provata in passato, che però sembra ora aver raggiunto l’acume massimo. Ci sconvolge questa tragedia perché in fondo, ad essere stati colpiti, stavolta sentiamo di essere stati proprio noi, non i passanti sfortunati deflagrati con una bomba, non il giornalista finito suo malgrado nelle mani di aguzzini lontani, ma noi, ovvero un obiettivo ben preciso della nostra società, eliminato come da programma, senza difficoltà, senza possibilità d’opposizione.
Trascorsa qualche ora, ho però iniziato a domandarmi se, una volta di più, l’emozione non mi avesse portato su di un sentiero contorto e fuorviante rispetto alla ricerca dell’obiettività di giudizio, e ci sono alcuni punti, nello specifico, che mi piacerebbe analizzare con un po’ di lucidità.

Siamo tutti Charlie
L’attentato ha scatenato la corsa alla solidarietà e all’unione (come sarebbe giusto per qualsiasi tragedia, a qualsiasi latitudine), ma ha anche portato tutti a rivendicare il diritto alla tanto declamata libertà d’espressione. Eppure quando Charlie Hebdo pubblicava vignette charlie-hebdocontro il Papa o contro le gerarchie cattoliche (immagine a lato) non mi pare di aver sentito politici nostrani (mi limito a quelli) difendere l’operato del giornale. Vignette considerate blasfeme e che io non sono sicuro di condividere nella loro forma, ma che formano parte di quel complesso mondo rappresentato dalla libertà d’espressione. Oggi siamo tutti Charlie, ma forse avremmo dovuto esserlo sempre, l’avremmo protetto di più. Perché libertà di manifestare il proprio pensiero vuol dire soprattutto permettere a chiunque di esprimere un’opinione contraria alla nostra (e non solo a quella degli altri).

 

 

I sicari degli dei
Possibile che gli dei del monoteismo, onniscienti e onnipotenti abbiamo sempre bisogno di un vendicatore in carne ed ossa sulla Terra? Non potrebbero una buona volta venir giù e darsele di santa (pardon) ragione? Trovo ridicolo che al mondo ci sia ancora chi agisce nel nome degli altri ma del resto è un’abitudine ben nota anche al mondo occidentale. Senza andare troppo in là (non tirerò fuori nuovamente la storia delle crociate), Dio è presente nel discorso di guerra alla Somalia di Bush senior, “Doing God’s Work! È presente in quelli di suo figlio, prima dell’attacco in Afghanistan e in Iraq, solo per citare alcuni esempi. Guerre che hanno desertificato culturalmente intere aree geografiche ancor più di quanto non lo fossero con i loro regimi e che ora si ritrovano ad essere porzioni ingovernabili del pianeta, svuotate da ogni possibilità di democrazia e perfetto focolaio di estremismi di ogni tipo.
Oggi si tende a sottolineare la matrice islamica degli attentati alla prima occasione possibile, eppure pochi anni fa lo stesso risalto non fu dato alla matrice cristiana dell’attentatore norvegese Breivik che uccise, nel nome di Dio, 77 giovani in un paio d’ore.
La religione, che del resto oggi è una ideologia più che una fede, se imposta agli altri è sempre un pericoloso fondamentalismo sociale. Poi, è chiaro, ognuno fa la guerra con le proprie armi ma io, in tutta sincerità, la coscienza non me la sento così pulita se è vero come è vero, che le politiche della mia porzione di mondo non cessano di causare scontri, frazionamenti e povertà ad altre popolazioni (approfondirò volentieri il tema in un altro pezzo).

Guerra all’occidente, o forse no
Molti in questi giorni si sono svegliati con pagine dei giornali che aprivano in modo feroce, con le immagini dell’uccisione del poliziotto di guardia alla sede dell’Charlie Hebdo, e con parole che nella migliore delle ipotesi indicavano uno stato di assedio del “nostro” mondo occidentale e delle nostre culture. L’attentato dell’altro giorno è avvenuto a Parigi, nel cuore dell’Europa, di uno dei luoghi più democraticamente avanzati. Tuttavia i terroristi di matrice fondamentalista islamica (ma che, come detto, con l’islam vero hanno poco a che fare), normalmente seminano terrore e morte soprattutto nei territori orientali. Oltre alla Siria, vi sono altre zone caldissime da questo punto di vista. Circa un mese fa, a metà dicembre, un attacco kamikaze in Pakistan, a Peshawar, ha compiuto una vera e propria strage in una scuola: circa 150 morti di cui più di 130 erano bambini. L’attacco, rivendicato dai talebani, non ha destato troppo scalpore mediatico alle nostre latitudini, non siamo scesi in piazza, non eravamo “tutti cittadini di Peshawar” e non siamo andati a manifestare alle ambasciate pakistane del nostro paese per testimoniare solidarietà. Non l’abbiamo fatto noi, non l’hanno fatto i francesi e, soprattutto, nessun quotidiano ha titolato “Guerra all’innocenza dei bambini in Pakistan” o qualcosa del genere. Semplicemente la nostra indignazione è durata 10 minuti, tra una forchettata e l’altra durante il telegiornale. Questo per dire che ogni giorno questi stessi criminali uccidono decine e decine di persone (parliamo di migliaia di morti in totale), per lo più musulmani come loro, ma che con il terrorismo, ovviamente, non hanno niente a che fare. In un mondo globale, se non impareremo ad avvicinarci alle tragedie che accadono dall’altro lato del mondo, non saremo in grado di difenderci quando le stesse cause le porteranno a casa nostra. Un problema globale va affrontato nella sua totalità.

Not in my name
Se da un lato c’è chi si serve schifosamente del Dio della guerra, dall’altro c’è chi, in queste ore, sta provando a prendere le distanze da una strumentalizzazione globale dell’attacco di Parigi per la quale musulmano=terrorista. La comunità islamica internazionale, e quindi ogni singola rappresentanza locale, sta provando a ribadire ancora una volta che queste azioni violente nulla hanno a che fare con la fede in Allah. Per sintetizzare il madornale errore in cui ci lasciamo trasportare ogni qual volta accade un episodio simile, voglio ricorrere ad un post di un mio collega di Pronews, il quale dalla sua pagina facebook scriveva: Se per 3 assassini riuscite ad odiare 1.6 miliardi di musulmani nel mondo non dovrebbe sembrarvi strano che per i 3 assassini di Stefano Cucchi si possano odiare tutte le 300 mila unità delle forze dell’ordine italiane. Lo sforzo logico è ben meno oneroso, il fatto è che non funziona proprio così. L’assurdità dell’assioma si riassume in queste poche righe (grazie Andrea!). In fondo sarebbe come se ogni italiano venisse considerato mafioso dagli altri, e vi assicuro che la percentuale di mafiosi in italia è ben superiore a quella dei terroristi musulmani.
Altrettanto evidente è, comunque, che più saranno le autorità del mondo islamico a schierarsi apertamente e con forza contro le correnti fondamentaliste, più i terroristi resteranno senza alibi. Più noi sapremo dialogare con il mondo arabo e più faremo fronte comune contro chi minaccia il vivere civile delle nostre popolazioni. Possiamo quindi scegliere se provare ad ammazzare le mosche con le granate, o togliere gli elementi che le attirano, consapevoli del fatto che chiudere le finestre non ci salverebbe.

Cavalcare l’onda dello sgomento
Ci stanno provando in tanti, ci stanno riuscendo in moltissimi. Le destre xenofobe trarranno un indubbio “vantaggio” da questi giorni di terrore. In Francia la presidente del Fronte Nazionale, pur sforzandosi di controllare la propria vena xenofoba – le elezioni si avvicinano, cliccare qui per credere – ha proposto di effettuare un referendum per introdurre nuovamente la pena di morte per atti di terrorismo. Non sarà difficile ribattezzarla “Le Pen” de mort, se continua con le sue politiche terroristiche (generando terrore nei cittadini).
Dal canto nostro, il perennemente verde di rabbia e non solo, Matteo Salvini, ha iniziato ad inveire sui social e attraverso i media tradizionali, contro qualsiasi cosa gli ricordi un musulmano o un immigrato. Ha iniziato a rilasciare dichiarazioni di una banalità e un’inesattezza sbalorditive che persino la sua proverbiale faccia da duro leghista, è parso non potesse trattenere le smorfie.

 

salviniTra le panzane di più successo, c’è quella secondo cui l’immigrazione contribuirebbe fortemente al terrorismo. Oltre a ignorare il fatto che sia nell’attacco di Parigi sia in quello di Londra di qualche tempo fa, i terroristi erano cittadini dei rispettivi paesi, cittadini europei nati e cresciuti nel nostro continente, Salvini finge di non sapere che l’odio maturato verso “il diverso” è frutto anche dei seminatori di paura come lui, in grado di spaccare le categorie sociali su valori identitari. Oltretutto, volendo approfondire, basta dare un’occhiata al rapporto tra immigrazione e omicidi nel nostro paese (ad esempio in questo articolo ben fatto) per capire che non esiste alcuna relazione tra violenza omicida e immigrazione e che, anzi, nelle regioni con maggior flusso migratorio, il tasso di omicidi è minore.

Staremo a vedere se passata l’onda emotiva (che molto spesso porta con sé cattive idee e valutazioni erronee) si inizierà a ragionare sul serio sulle vere ragioni che alimentano il terrorismo internazionale. Non bisognerà quindi soffermarsi solo sulla favoletta dello scontro fra culture e religioni. Non bisognerà far finta di ignorare che l’Europa e l’occidente tutto, da decenni alimentano queste cellule impazzite con politiche scellerate e accordi indicibili che, spesso, armano letteralmente i terroristi (in questo senso consiglio un ottimo libro sull’argomento di Roberto Biancotto).
Sogno una tavola rotonda, magari semestrale, tra leader politici occidentali e rappresentanti del mondo islamico, per discutere sulle azioni comuni da adottare per prosciugare le sacche del terrorismo internazionale, ma ho smesso di credere nella politica, o meglio nei politici. Mi affido dunque ai miracoli, laici, della modernità. Alle mobilitazioni spontanee in grado di formarsi attraverso la rete e di accomunare milioni di giovani, diversi per religione, paese e cultura per lottare uniti contro ogni sopruso, per denuniciare ogni abuso di libertà altrui. Perché sarebbe bello poter affermare sempre  je suis musulmane, chrétien et juifs, ils sont particulièrement Charlie!

[In alto il vignettista tunisino “Z” racconta a modo suo l’attacco del 7 gennaio]

Post di @Paolo_Minucci [scritto per Pronews.it]

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