“Doing God’s work”, ovvero il grande equivoco di essere Charlie

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10931416_843835585674487_9123322211951587597_n-620x360Da quando è accaduto il terribile attentato di Parigi, e l’incredibile vicenda del supermercato preso in ostaggio, ho provato più volte a cercare di imboccare un cammino col pensiero in grado di tirarmi fuori dall’impasse mediatica in cui, inevitabilmente, si scivola in questi casi.
L’emozione, la scossa violenta a cui di colpo pare impossibile sottrarsi ci ha catapultati in un comprensibile stato di angoscia e terrore, una sensazione già provata in passato, che però sembra ora aver raggiunto l’acume massimo. Ci sconvolge questa tragedia perché in fondo, ad essere stati colpiti, stavolta sentiamo di essere stati proprio noi, non i passanti sfortunati deflagrati con una bomba, non il giornalista finito suo malgrado nelle mani di aguzzini lontani, ma noi, ovvero un obiettivo ben preciso della nostra società, eliminato come da programma, senza difficoltà, senza possibilità d’opposizione.
Trascorsa qualche ora, ho però iniziato a domandarmi se, una volta di più, l’emozione non mi avesse portato su di un sentiero contorto e fuorviante rispetto alla ricerca dell’obiettività di giudizio, e ci sono alcuni punti, nello specifico, che mi piacerebbe analizzare con un po’ di lucidità.

Siamo tutti Charlie
L’attentato ha scatenato la corsa alla solidarietà e all’unione (come sarebbe giusto per qualsiasi tragedia, a qualsiasi latitudine), ma ha anche portato tutti a rivendicare il diritto alla tanto declamata libertà d’espressione. Eppure quando Charlie Hebdo pubblicava vignette charlie-hebdocontro il Papa o contro le gerarchie cattoliche (immagine a lato) non mi pare di aver sentito politici nostrani (mi limito a quelli) difendere l’operato del giornale. Vignette considerate blasfeme e che io non sono sicuro di condividere nella loro forma, ma che formano parte di quel complesso mondo rappresentato dalla libertà d’espressione. Oggi siamo tutti Charlie, ma forse avremmo dovuto esserlo sempre, l’avremmo protetto di più. Perché libertà di manifestare il proprio pensiero vuol dire soprattutto permettere a chiunque di esprimere un’opinione contraria alla nostra (e non solo a quella degli altri).

 

 

I sicari degli dei
Possibile che gli dei del monoteismo, onniscienti e onnipotenti abbiamo sempre bisogno di un vendicatore in carne ed ossa sulla Terra? Non potrebbero una buona volta venir giù e darsele di santa (pardon) ragione? Trovo ridicolo che al mondo ci sia ancora chi agisce nel nome degli altri ma del resto è un’abitudine ben nota anche al mondo occidentale. Senza andare troppo in là (non tirerò fuori nuovamente la storia delle crociate), Dio è presente nel discorso di guerra alla Somalia di Bush senior, “Doing God’s Work! È presente in quelli di suo figlio, prima dell’attacco in Afghanistan e in Iraq, solo per citare alcuni esempi. Guerre che hanno desertificato culturalmente intere aree geografiche ancor più di quanto non lo fossero con i loro regimi e che ora si ritrovano ad essere porzioni ingovernabili del pianeta, svuotate da ogni possibilità di democrazia e perfetto focolaio di estremismi di ogni tipo.
Oggi si tende a sottolineare la matrice islamica degli attentati alla prima occasione possibile, eppure pochi anni fa lo stesso risalto non fu dato alla matrice cristiana dell’attentatore norvegese Breivik che uccise, nel nome di Dio, 77 giovani in un paio d’ore.
La religione, che del resto oggi è una ideologia più che una fede, se imposta agli altri è sempre un pericoloso fondamentalismo sociale. Poi, è chiaro, ognuno fa la guerra con le proprie armi ma io, in tutta sincerità, la coscienza non me la sento così pulita se è vero come è vero, che le politiche della mia porzione di mondo non cessano di causare scontri, frazionamenti e povertà ad altre popolazioni (approfondirò volentieri il tema in un altro pezzo).

Guerra all’occidente, o forse no
Molti in questi giorni si sono svegliati con pagine dei giornali che aprivano in modo feroce, con le immagini dell’uccisione del poliziotto di guardia alla sede dell’Charlie Hebdo, e con parole che nella migliore delle ipotesi indicavano uno stato di assedio del “nostro” mondo occidentale e delle nostre culture. L’attentato dell’altro giorno è avvenuto a Parigi, nel cuore dell’Europa, di uno dei luoghi più democraticamente avanzati. Tuttavia i terroristi di matrice fondamentalista islamica (ma che, come detto, con l’islam vero hanno poco a che fare), normalmente seminano terrore e morte soprattutto nei territori orientali. Oltre alla Siria, vi sono altre zone caldissime da questo punto di vista. Circa un mese fa, a metà dicembre, un attacco kamikaze in Pakistan, a Peshawar, ha compiuto una vera e propria strage in una scuola: circa 150 morti di cui più di 130 erano bambini. L’attacco, rivendicato dai talebani, non ha destato troppo scalpore mediatico alle nostre latitudini, non siamo scesi in piazza, non eravamo “tutti cittadini di Peshawar” e non siamo andati a manifestare alle ambasciate pakistane del nostro paese per testimoniare solidarietà. Non l’abbiamo fatto noi, non l’hanno fatto i francesi e, soprattutto, nessun quotidiano ha titolato “Guerra all’innocenza dei bambini in Pakistan” o qualcosa del genere. Semplicemente la nostra indignazione è durata 10 minuti, tra una forchettata e l’altra durante il telegiornale. Questo per dire che ogni giorno questi stessi criminali uccidono decine e decine di persone (parliamo di migliaia di morti in totale), per lo più musulmani come loro, ma che con il terrorismo, ovviamente, non hanno niente a che fare. In un mondo globale, se non impareremo ad avvicinarci alle tragedie che accadono dall’altro lato del mondo, non saremo in grado di difenderci quando le stesse cause le porteranno a casa nostra. Un problema globale va affrontato nella sua totalità.

Not in my name
Se da un lato c’è chi si serve schifosamente del Dio della guerra, dall’altro c’è chi, in queste ore, sta provando a prendere le distanze da una strumentalizzazione globale dell’attacco di Parigi per la quale musulmano=terrorista. La comunità islamica internazionale, e quindi ogni singola rappresentanza locale, sta provando a ribadire ancora una volta che queste azioni violente nulla hanno a che fare con la fede in Allah. Per sintetizzare il madornale errore in cui ci lasciamo trasportare ogni qual volta accade un episodio simile, voglio ricorrere ad un post di un mio collega di Pronews, il quale dalla sua pagina facebook scriveva: Se per 3 assassini riuscite ad odiare 1.6 miliardi di musulmani nel mondo non dovrebbe sembrarvi strano che per i 3 assassini di Stefano Cucchi si possano odiare tutte le 300 mila unità delle forze dell’ordine italiane. Lo sforzo logico è ben meno oneroso, il fatto è che non funziona proprio così. L’assurdità dell’assioma si riassume in queste poche righe (grazie Andrea!). In fondo sarebbe come se ogni italiano venisse considerato mafioso dagli altri, e vi assicuro che la percentuale di mafiosi in italia è ben superiore a quella dei terroristi musulmani.
Altrettanto evidente è, comunque, che più saranno le autorità del mondo islamico a schierarsi apertamente e con forza contro le correnti fondamentaliste, più i terroristi resteranno senza alibi. Più noi sapremo dialogare con il mondo arabo e più faremo fronte comune contro chi minaccia il vivere civile delle nostre popolazioni. Possiamo quindi scegliere se provare ad ammazzare le mosche con le granate, o togliere gli elementi che le attirano, consapevoli del fatto che chiudere le finestre non ci salverebbe.

Cavalcare l’onda dello sgomento
Ci stanno provando in tanti, ci stanno riuscendo in moltissimi. Le destre xenofobe trarranno un indubbio “vantaggio” da questi giorni di terrore. In Francia la presidente del Fronte Nazionale, pur sforzandosi di controllare la propria vena xenofoba – le elezioni si avvicinano, cliccare qui per credere – ha proposto di effettuare un referendum per introdurre nuovamente la pena di morte per atti di terrorismo. Non sarà difficile ribattezzarla “Le Pen” de mort, se continua con le sue politiche terroristiche (generando terrore nei cittadini).
Dal canto nostro, il perennemente verde di rabbia e non solo, Matteo Salvini, ha iniziato ad inveire sui social e attraverso i media tradizionali, contro qualsiasi cosa gli ricordi un musulmano o un immigrato. Ha iniziato a rilasciare dichiarazioni di una banalità e un’inesattezza sbalorditive che persino la sua proverbiale faccia da duro leghista, è parso non potesse trattenere le smorfie.

 

salviniTra le panzane di più successo, c’è quella secondo cui l’immigrazione contribuirebbe fortemente al terrorismo. Oltre a ignorare il fatto che sia nell’attacco di Parigi sia in quello di Londra di qualche tempo fa, i terroristi erano cittadini dei rispettivi paesi, cittadini europei nati e cresciuti nel nostro continente, Salvini finge di non sapere che l’odio maturato verso “il diverso” è frutto anche dei seminatori di paura come lui, in grado di spaccare le categorie sociali su valori identitari. Oltretutto, volendo approfondire, basta dare un’occhiata al rapporto tra immigrazione e omicidi nel nostro paese (ad esempio in questo articolo ben fatto) per capire che non esiste alcuna relazione tra violenza omicida e immigrazione e che, anzi, nelle regioni con maggior flusso migratorio, il tasso di omicidi è minore.

Staremo a vedere se passata l’onda emotiva (che molto spesso porta con sé cattive idee e valutazioni erronee) si inizierà a ragionare sul serio sulle vere ragioni che alimentano il terrorismo internazionale. Non bisognerà quindi soffermarsi solo sulla favoletta dello scontro fra culture e religioni. Non bisognerà far finta di ignorare che l’Europa e l’occidente tutto, da decenni alimentano queste cellule impazzite con politiche scellerate e accordi indicibili che, spesso, armano letteralmente i terroristi (in questo senso consiglio un ottimo libro sull’argomento di Roberto Biancotto).
Sogno una tavola rotonda, magari semestrale, tra leader politici occidentali e rappresentanti del mondo islamico, per discutere sulle azioni comuni da adottare per prosciugare le sacche del terrorismo internazionale, ma ho smesso di credere nella politica, o meglio nei politici. Mi affido dunque ai miracoli, laici, della modernità. Alle mobilitazioni spontanee in grado di formarsi attraverso la rete e di accomunare milioni di giovani, diversi per religione, paese e cultura per lottare uniti contro ogni sopruso, per denuniciare ogni abuso di libertà altrui. Perché sarebbe bello poter affermare sempre  je suis musulmane, chrétien et juifs, ils sont particulièrement Charlie!

[In alto il vignettista tunisino “Z” racconta a modo suo l’attacco del 7 gennaio]

Post di @Paolo_Minucci [scritto per Pronews.it]

Eliminare i rifiuti di plastica dall’oceano? Si può, parola di un diciannovenne

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Tra i tanti problemi che è costretto ad affrontare il nostro pianeta, quello della smisurata produzione di plastica e del suo abbandono in mare, è a tutt’oggi di una gravità allarmante.
È ormai risaputo che una gran quantità di rifiuti presente negli oceani, seguendo le correnti marine, si accumula in vere e proprie chiazze di spazzatura, in grado di raggiungere anchemigliaia di tonnellate come nel caso di quella creatasi nel nord dell’Oceano Pacifico, il cosiddetto Great Pacific Garbage Patch.
La plastica, anche se sembra indistruttibile, sotto il sole cocente e immersa nell’acqua salata del mare, inizia a corrodersi e a sbriciolarsi in minuscoli frammenti impossibili da recuperare, che vanno a contaminare l’ambiente e le migliaia di forme viventi degli oceani che vi entrano in contatto.

È dunque evidente che ripulire il mare nel più breve tempo possibile dai rifiuti assume un’importanza centrale nella lotta all’inquinamento globale. Ma le difficoltà, i tempi e il costo delle operazioni (con conseguenze relative anche all’utilizzo di carburante per raggiungere i luoghi di concentrazione dell’immondizia) hanno, sino ad ora, fatto desistere gli esperti da qualsiasi tentativo di intervento.

Un’idea brillante, potrebbe però adesso cambiare le cose. Boyan Slat, cocciuto diciannovenne olandese da sempre interessato ai temi ambientali, sembra, infatti, aver trovato la soluzione al problema.
Questo ragazzo dall’ingegno acuto, ha avviato una campagna di raccolta fondi per finanziare The Ocean Cleanup, un progetto secondo il quale sarebbe possibile ripulire gli oceani con l’istallazione di barriere passive in grado di catturare l’immondizia alla deriva.
L’iniziativa, presentata già due anni fa al TEDx di Delft, in Olanda, aveva sin da subito suscitato grande interesse tra gli scienziati e gli ingegneri presenti.
Il concetto su cui si fonda il progetto è quello di smetterla di inseguire i rifiuti tra i mari ed aspettare, invece, che siano le correnti a portarli verso di noi, per poi imprigionarli in una sorta di gabbie galleggianti, di enormi dimensioni e ad impatto zero per l’ecosistema.

Uno studio di fattibilità che è durato per più di un anno e che ha prodotto un dossier di circa 500 pagine, ha dimostrato che l’idea, oltre ad essere innovativa pur nella sua semplicità, può essere attuata con successo su larga scala e a bassi costi, portando a risultati sino ad ora solo immaginati.
Secondo alcune simulazioni di fluidodinamica computazionale, con questo sistema circal’ottanta per cento della plastica che dovesse incontrare le barriere verrebbe catturata: un’efficacia altissima, mai riscontrata precedentemente con altre tecniche di raccolta. Persino il Great Pacific Garbage Patch, potrebbe addirittura essere dimezzato.

Come funziona?
Secondo il progetto le barriere sarebbero costituite da due enormi bracci fluttuanti, lunghi anche chilometri, disposti ad angolo, da predisporre in punti ben determinati degli oceani, in corrispondenza di correnti marine in grado di addensare i rifiuti. La struttura, inoltre, prevede l’assenza di reti al di sotto dei bracci, in modo da rendere impossibile la cattura di pesci e altri esemplari che dovessero incrociare la barriera. La maggior parte della plastica, infatti, galleggia entro pochi metri di profondità, quasi in superficie, quindi gli organismi potrebbero passare attraverso la barriere, nuotando poco più in basso, senza alcun pericolo. Una volta addensati, i rifiuti sarebbero poi raccolti e portati a terra, e la barriera potrebbe ricominciare a fare il suo lavoro.

TOC_ChapterRenders5K_0007Per condurre in porto il progetto occorrono, però, ulteriori fondi. Circa due milioni di dollari in 100 giorni è l’obiettivo che si è posto Boyan, che intende continuare a testare la sua idea ed iniziare a metterla in pratica su larga scala in un tempo massimo di 3-4 anni, con la distribuzione di apparecchiature di campionamento permanenti nei vortici e l’ampliamento del team di ricerca.
Si può contribuire con qualsiasi somma all’iniziativa, anche perché, come ricordano sulla pagina web, già con 4,56 € è possibile (secondo una stima), raccogliere un chilo di plastica. E in attesa di iniziare a ridurre sensibilmente la sua produzione, è già un bel passo avanti.

[Scritto in esclusiva per Pronews.it]

Keepod, 7 dollari contro il digital divide

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Con un mondo sempre più vertiginosamente interconnesso, restare esclusi dalle informazione che viaggiano rapidissime in rete costituisce un grave limite alle possibilità di sviluppo di una comunità.
Il digital divide, che tutt’oggi condiziona circa 4,5 miliardi di persone, è ancora lontano dall’essere abbattuto e il volenteroso impegno di numerose organizzazione internazionali, si scontra spesso con la grave mancanza di strutture e risorse di alcuni paesi.

Keepod, è un dispositivo a bassissimo costo (sette dollari), di 8 Gb, capace di immagazzinare un sistema operativo Android 4.4, in modo che qualsiasi utente possa riversare il proprio “mondo digitale”, come il desktop, i programmi, i file personali e la configurazione, su qualsiasi tipo di computer. L’obiettivo, ambizioso ma assolutamente nobile e raggiungibile, secondo i fondatori, è abbattere il digital divide.

Il progetto, nato dall’iniziativa dell’israeliano Nissan Bahar e del suo socio italiano Francesco Imbesi, parte dal presupposto che bisogna rivedere il concetto secondo il quale, per essere connesso con il mondo dell’informazione, ogni persona ha bisogno di un PC. Soprattutto nei piccoli villaggi dei paesi in via di sviluppo, i pochi computer presenti nelle scuole, non sono sufficienti a coprire le esigenze di tutti i bambini. È quello che accade a Mathare, un agglomerato di slum (baraccopoli) alla periferia di Nairobi, in Kenya, dove lo stipendio medio pro capite al giorno è di soli due dollari e quasi nessuno ha accesso ad un computer. Proprio qui una ONG locale (Tackel Digital Divide) sta distribuendo agli alunni dei pendrive Keepod, incentivando i ragazzini a familiarizzare con le tecnologie dell’informazione e ottenendo risultati che hanno entusiasmato i promotori del progetto, sicuri di poter dimostrare che sì, è possibile abbattere il digital divide con l’aiuto di strumenti come questo.

Keepod (che nasce dall’unione della parola inglese Keep più l’ebraica od, che vuol dire tutto) può trasformare qualsiasi computer in un dispositivo personale grazie al sistema operativo leggero e dinamico, e ovviamente open source, che ospita, e che è in grado di funzionare con qualsiasi entrata USB di qualsiasi PC. In effetti, un altro dei punti forti del progetto è la possibilità di riutilizzare vecchi computer abbandonati e in disuso contribuendo ad abbattere l’enorme problema dello smaltimento dei PC (occidentali). Una vera e propria piaga per paesi come il Ghana dove, come l’ONU stimava solo nel 2010, vengono depositati, ogni anno, una ventina di milioni di tonnellate di rifiuti tecnologici, spesso in discariche a cielo aperto.

Oltre a questo, assicurano dal team, Keepod garantisce la massima sicurezza, sia in termini di privacy che di protezione dei file, non lasciando traccia nei computer a cui viene collegata pur conservando, invece, al suo interno, tutti i dati e le pagine web consultate. È inoltre possibile criptare le informazioni e predisporre una password d’accesso da inserire al momento del collegamento.

Per raggiungere tutto ciò e continuare nello sviluppo del progetto, Keepod in pochi mesi ha già raccolto più di 40.000 dollari, attraverso la pagina per campagne di crowdfunding Indiegoo.com, e dalla pagina web dell’impresa è possibile contribuire anche con altre forme di sostegno, come ad esempio comprare una USB e allo stesso tempo donarne alcune per i progetti attivi nel mondo.
Nuove sfide ora si prospettano all’orizzonte, con l’intenzione di portare l’iniziativa in altre aree sub-sahariane, in India, Israele e persino, udite udite, in Italia meridionale.
Il computer sarà più di un oggetto da portare con noi o di uno strumento da acquistare: sarà il nostro passaporto per una nuova vita mediatica, diceva una ventina d’anni fa Bill Gates. Può darsi, aggiungiamo noi, ed è bello dare a tutti la possibilità di scegliere se farne parte.

[Articolo scritto in esclusiva per Pronews.it]

 

Quanto siamo internet dipendenti? Look Up, il video virale che fa tendenza

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Uscire di casa con lo smartphone in tasca, è ormai consuetudine comune a tutti noi e costituisce un’azione istintiva e meccanica, almeno quanto lo è indossare un paio di scarpe. Dimenticarlo, potrebbe infatti portare a vivere un pomeriggio di vera tensione, nell’angoscioso dubbio di essere stati contattati e di non aver risposto immediatamente. Un piccolo, silenzioso dramma.

Essere online sempre e comunque, dunque. Un imperativo ormai entrato nel quotidiano delle nostre vite e che però, adesso, inizia a fare i conti con atteggiamenti critici sempre più frequenti. A lamentarsi non sono solo i partner desiderosi di maggiore attenzione ma anche una folta schiera di nemici dell’iperconnettività che, ed ecco il paradosso, si fa prepotentemente spazio sulle reti sociali.

Cosa succede intorno a noi mentre siamo occupati a guardare ogni giorno, per ore, lo schermo di un telefono o di un tablet? Qual è la vita reale a cui dare priorità?
Il video virale del momento si pone proprio simili quesiti e il messaggio che Gary Turk, autore e scrittore di Look Up, vuole comunicare, è che incollati come siamo agli schermi non siamo più in grado di distinguere le infinite opportunità che ci passano accanto nella vita fisica, a contatto con il mondo esteriore.

Look Up, in poche settimane ha già raggiunto 35 milioni di visite (potere dei social!) e l’idea è nata perché Gary, nonostante i suoi 422 amici su Facebook, si sentiva terribilmente solo. Ecco che allora ha iniziato a provare a far alzare lo sguardo a chi come lui ha sempre camminato per strada incollato ad un dispositivo tecnologico, fissando un oggetto tra le mani e magari scrivendo su WahtsApp, per informare gli altri di ogni istante della propria vita.
Uscire dall’ipnosi e riprendere il controllo dei contatti umani, quelli diretti. Il video, che stigmatizza aspramente l’utilizzo indiscriminato delle nuove tecnologie, è accompagnato da un testo in rima, seducente ed emozionante, letto dallo stesso autore, con il quale ci vengono descritte le gioie che la vita è in grado di offrire lontano dai tablet, come, ad esempio, condividere davvero delle emozioni con gli amici o conoscersi e innamorarsi con un semplice sguardo negli occhi.

Una visione sintetica, forse troppo, delle cose che ha portato a diverse critiche (e parodie) proprio dal mondo del web. In molti l’hanno giudicata infatti eccessivamente integralista (in effetti c’è anche odore di un certo fondamentalismo religioso), poiché scarta a priori la possibilità di una terza via tra l’utilizzo smodato di dispositivi collegati alla rete e l’astensione più rigida. Chi l’ha trovato piuttosto semplicistico nelle sue conclusioni si è inoltre chiesto se esiste poi davvero il mondo offline descritto da Gary, dove tutti sono felici di incontrare gli altri, i bambini costruiscono case sugli alberi e le coppie si amano sino all’ultimo, anziano sospiro. Ma soprattutto, se esiste, è davvero in contrasto con l’universo della rete e i suoi paradigmi?

La risposta ovviamente non c’è e anzi, come spesso accade con questi temi, il dibattito è destinato a durare a lungo, ma possiamo star pur sicuri che le decine di milioni di visite che il filmato ha ricevuto su YouTube (e che si conclude invitando gli utenti ad andare incontro al mondo subito dopo averlo visto), avranno reso molto felice le tasche Gary Turk, che ora può già pensare al prossimo video virale. Non farlo, sarebbe, questa sì, una visione miope delle cose.

[Scritto in esclusiva per Pronews.it]

L’insostenibile peso degli oggetti inutili

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ImmagineDi quante cose abbiamo veramente bisogno? Alzi la mano chi non ha mai pensato di essere eccessivamente affezionato ad oggetti di cui riconosciamo l’inutilità ma da cui, tuttavia, non riusciamo a separarci.

La storia che ci arriva direttamente da Helsinki si sviluppa in questa direzione. Petri Luukkainen è il regista e protagonista di un film-documentario dal titolo My Stuff, uscito in Finlandia due anni fa e sbarcato in Gran Bretagna da circa un mese, nel quale racconta proprio come sia riuscito a rinunciare a gran parte delle proprie cose, pur continuando a vivere una vita normale all’interno della società.
Si tratta di un documentario girato con uno stile alla Super Size Me, anche se sembra quasi dotato di sceneggiatura grazie alla naturalezza con cui si svolgono le scene. Sin dall’inizio, oltretutto, l’idea appare originale.

Già nella prima inquadratura Petri, ventinovenne, ci appare completamente nudo in una strada poiché ha deciso di rinunciare a tutti i suoi oggetti personali, svuotando completamente la casa in cui vive e immagazzinandoli in un container dall’altro lato della città. L’esperimento, come viene chiamato dallo stesso regista, si svolge nell’arco temporale di un anno e l’unica regola davvero importante è che solo un oggetto al giorno potrà essere recuperato. Né più, né meno.

Assistiamo così alla difficile scelta delle cose da recuperare. Prima un cappotto, poi delle scarpe, una coperta, un paio di jeans e così via, sino a mostrarci la relativa facilità con cui il giovane, che potrebbe essere chiunque di noi, riesce a fare a meno di gran parte delle cose a cui credeva di essere irrimediabilmente affezionato. A metà documentario rinuncia persino al frigorifero che vorrebbe comprare la ragazza, scegliendo di mettere i prodotti alimentari fuori alla finestra (il clima di Helsinki lo consente) in un crescendo di situazioni apparentemente grottesche ma che in realtà celano, e neanche troppo, il messaggio principale di My Stuff: con meno di 100 oggetti (compresi un telefono cellulare e una carta di debito), chiunque potrebbe vivere in maniera più che dignitosa. Tutto il resto, costituisce per lo più un peso.

Petri Luukkainen, in un’intervista al Daily Telegraph in occasione dell’uscita nelle sale britanniche, racconta che grazie a quest’esperimento cinematografico si è reso conto che con 200 oggetti ci si può già permettere una vita agiata e felice ma che, in realtà, prima di iniziare le riprese non aveva idea della quantità di cose inutili che si portava dietro. E abbandonare il superfluo, una volta rivelatosi, non è affatto un atto eroico o qualcosa di cui andare necessariamente orgogliosi – sottolinea – ma semplicemente un atto di buno senso.

Nella stessa intervista, dà, infine, un suggerimento ai suoi spettatori. Se qualcuno avverte la sensazione di conservare troppi oggetti – avvisa –  può provare a vivere con maggior distacco la relazione che si ha con essi. Certo – continua – invece di portare tutto in un deposito, si può provare a rinchiuderli in un armadio e se con l’assenza degli oggetti anche il loro fascino svanisce, allora è veramente il caso di darli via. Probabilmente, ciò che serve è solo il coraggio di osare.

[Articolo scritto in esclusiva per Pronews.it]

Disabile sì, asessuato no. Un sito spagnolo per l’assistenza sessuale

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disabilità_sesso_interna-nuovcaAggiungere qualità alla vita di persone con disabilità. È questo che si propone Tandem Team, l’associazione senza scopo di lucro di Barcellona che punta, grazie all’aiuto di volontari compiutamente formati, ad accompagnare chi vive un’invalidità fisica o mentale attraverso un percorso di conoscenza della propria sessualità e dei propri sentimenti.

Tandem Team è una realtà nuova, nata nell’ottobre scorso da un’idea del suo presidente, Francesc Granja, tetraplegico da circa vent’anni, quando un incidente stradale gli ha cambiato radicalmente la vita. Oltre all’assistenza sessuale offre tutta una serie di servizi per agevolare la quotidianità dei disabili.
Il progetto si muove ai confini della legalità perché neanche in Spagna la figura dell’assistente sessuale è prevista dalla legge, ma in poco tempo ha già raccolto numerosi consensi ed adesioni puntando ad affermarsi in tutta la penisola iberica, confermando l’esistenza di un’esigenza purtroppo ancora taciuta.
Il sito dell’organizzazione funziona un po’ come una delle tante pagine che organizzano incontri. Gli utenti disabili (o chi se ne prende cura) possono mettersi in contatto con l’associazione che, in base alle caratteristiche di ognuno e quindi alle problematiche presenti, organizza l’appuntamento con uno dei suoi volontari erotici. Ogni prestazione è gratuita e vengono accettati solo rimborsi spese dovuti agli spostamenti comunque non superiori ai 75 euro, e in genere la cifra concordata, fanno sapere dallo staff, si aggira sui 50 euro a visita.

L’incontro non contempla necessariamente un atto sessuale vero e proprio; moltissimi utenti, secondo Tandem Team, spesso vogliono semplicemente vedere un corpo nudo, accarezzarlo, provare la sensazione del contatto intimo con un’altra persona e, nel caso di disabilità mentali, anche solo una dimostrazione di “affetto fisico” può essere enormemente appagante. Uno degli obiettivi dichiarati è quello di rielaborare, attraverso l’esperienza erotica o sessuale, la percezione di sé che ha il paziente, lavorando per migliorare l’autostima a partire dalla propria immagine esteriore per dimostrare che quello stesso corpo, portatore di innumerevoli sofferenze, è in grado di trasmettere piacere ed emozioni, proprio come accade per qualsiasi altra persona.

L’associazione può contare su figure professionali che, insieme ai volontari erotici, contribuiscono al miglioramento dello stato psicofisico del paziente-utente e che da tempo si battono per una regolamentazione del settore.
In Europa la figura dell’assistente sessuale è riconosciuta solo da pochi paesi (Germania, Austria, Danimarca, Olanda e Svizzera) che hanno agito in maniera non unitaria con leggi nazionali, anche perché neppure con la Convenzione ONU per i diritti delle persone con disabilità del 2006 si entra nel merito della questione.

In Italia, il tema è stato sino ad ora ignorato o considerato tabù. Tuttavia, negli ultimi tempi, qualcosa si sta muovendo e diverse iniziative autonome di cittadini stanno provando a mobilitare l’opinione pubblica per fare pressione sulle istituzioni affinché istituiscano, anche da noi, questa nuova figura professionale. Tra i più attivi c’è il Comitato promotore per la realizzazione ed il sostegno di iniziative popolari per l’assistenza sessuale, fondato tra gli altri da Max Ulivieri, che in poco più di un anno è riuscito a condensare diverse realtà sociali e politiche intorno ad un’esigenza più diffusa di quanto si voglia far credere. Altro esempio di un ambiente in fermento è il recentissimo lavoro cinematografico di Carlo Zoratti, The Special Need, in cui Enea, un ragazzo autistico, parte per un viaggio insieme a due suoi amici, alla ricerca della ragazza dei suoi sogni con cui vivere finalmente appieno i propri bisogni sentimentali e fisici. Il film (in basso il trailer) ha già ottenuto diversi riconoscimenti internazionali e anche in Italia sta riscuotendo consensi pressoché unanimi, contribuendo ad accendere i riflettori sul problema.

Le associazioni che cercano di sensibilizzare i cittadini sul tema sono, per fortuna, in lento ma progressivo aumento e tutte chiedono che l’appagamento erotico-sessuale dei disabili, in quanto esigenza, sia finalmente riconosciuto ed equiparato ad altre attività che mirano al miglioramento psicofisico del paziente, così come può esserlo il sostegno psicologico o la fisioterapia.
È tuttavia evidente che in un paese in cui la prostituzione continua ad essere combattuta più dell’evasione fiscale, con politiche repressive piuttosto che formative, l’idea che una persona con invalidità possa provare un desiderio sessuale e non solo un “innocuo” amore platonico, spaventa non poco. L’opinione comune è che si andrebbe incontro ad una sorta di legalizzazione della prostituzione, peraltro ormai auspicabile, anche se in questo ragionamento sfuggono due aspetti fondamentali. Innanzitutto il paziente (e non cliente) è spesso impossibilitato a dare sfogo alla propria sessualità autonomamente e deve quindi necessariamente ricorrere ad un aiuto esterno, e poi c’è da sottolineare che in questo caso è previsto un gran numero di ore di formazione (anche medica) cui sono già sottoposti gli assistenti sessuali esistenti, cosa che ovviamente non accade nel mondo della prostituzione.

Girarsi dall’altra parte, facendo finta di non sentire la richiesta d’ascolto che si leva da chi si batte per il diritto ad una propria sessualità, non migliorerà le cose. La realtà, pur non volendo guardarla negli occhi, si manifesta sempre. E chi davvero la conosce, è spesso colui che nel silenzio della quotidianità ne affronta le conseguenze. Alcuni membri dello staff di Tandem Team, in una recente intervista a El País, nascosti dall’anonimato, affermavano che più di una volta hanno saputo di genitori che masturbavano i figli per alleviare la loro tensione sessuale. “Vale davvero la pena arrivare a questo?”, deve essersi chiesto Francesc Granja quando ha pensato alla sua associazione. A noi disabili ci hanno sempre considerato come angioletti asessuati – aggiungeva nello stesso articolo – però non è così e forse è il momento di imparare ad accettarlo.

[Articolo scritto in esclusiva per Pronews.it]

La Barbie dal corpo umano. Lammily riscrive i canoni di bellezza.

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LammilySecondo le ultime stime riportate dalla Sima (Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza), sono circa due milioni le persone affette, in Italia, da disturbi gravi legati al comportamento alimentare. Di queste, la maggior parte è costituita da ragazze che si ammalano di anoressia e bulimia tra i 15 e i 19 anni. Si tratta di patologie spesso silenti, che non danno sempre un’immediata manifestazione di sé e che in determinate condizioni possono insorgere già dagli otto anni di età.

In un ambiente sociale in cui, com’è ormai risaputo, l’immagine riveste un ruolo fondamentale, e a pochi giorni dalla terza Giornata Nazionale contro i Disturbi Alimentari, che si terrà sabato 15 marzo in 40 città italiane, ecco dunque che assume particolare rilevanza una notizia che rimbalza dagli Stati Uniti, dove l’artista Nickolay Lamm ha deciso di puntare sull’idea, quanto meno coraggiosa, di stravolgere l’aspetto della più famosa bambola del mondo, Barbie.
Si tratta di un progetto di crowdfunding che mira a creare un prodotto capace di incarnare l’idea di un giocattolo popolare e dalla grande usabilità come la stessa Barbie, ma con un modello estetico del suo aspetto molto più corrispondente alla realtà. Le proporzioni del corpo ricalcano, infatti, quelle che in media si riscontrano in una ragazza diciannovenne, secondo uno studio del governo americano, rinunciando agli estremi canoni di bellezza che da oltre cinquant’anni la bionda d’oltre oceano ci propone (ed impone) .

Barbie proporzioni

Cosa succederebbe se le bambole iniziassero ad utilizzare proporzioni umane? È questa la domanda che deve essersi posto l’artista statunitense prima di dare il via al suo progetto. Non una novità assoluta, a giudicare dall’articolo apparso sul BBC News Magazine nel 2009, in cui ci si chiedeva più o meno la stessa cosa, ipotizzando l’aspetto che avrebbe potuto avere una persona reale con le “misure” del corpo di Barbie. Centimetri alla mano, il risultato rasentava il ridicolo, con un tocco decisamente inquietante come come si può vedere dall’immagine in alto.

Lammily, questo il nome della bambola ideata da Nickolay Lamm, ha dunque come obiettivo quello di proporre ai bambini un’immagine reale del corpo femminile, superando l’assioma pericolosissimo per il quale magro è bello e riportando sul piano umano un prodotto di diversione che tanta influenza esercita sui più piccoli.

Sinora l’artista è riuscito a racimolare quasi mezzo milione di dollari, a fronte dei soli 95 mila pianificati per avviare la produzione. Per avere Lammily tra le mani bisognerà però attendere almeno il prossimo novembre, quando inizierà la distribuzione, anche se è possibile richiederne un esemplare sin da ora.

Vedremo quale sarà l’esito commerciale di questo prodotto (l’obiettivo è di venderne almeno 5 mila) che ad ogni modo si presenta, per stessa ammissione di Lamm, non come un’operazione volta a screditare la fama della sua più celebre concorrente, quanto piuttosto come “la creazione di un’alternativa in grado di offrire una possibilità di scelta in più”. E se la scelta vuol dire abbandonare stereotipi che costituiscono uno dei principali problemi nella crescita e nello sviluppo delle adolescenti del terzo millennio, allora non c’è che augurare una lunga vita a Lammily, ricca di successi almeno quanto quella di Barbie.

 

[Articolo scritto in esclusiva per ProNews.it]