L’esempio scomodo degli islandesi

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Circa un anno fa avevo immaginato un viaggio, che ancora oggi, a dir la verità, mi piacerebbe concretizzare. Avevo immaginato di andare, con la nave, in Islanda.

Residenza dell'ex presidente Olafur Ragnar


Avevo già controllato tutto, e conoscevo anche il nome della compagnia che, dalla Danimarca, effettuava la tratta. Quello che non sapevo è che questa lontana isola del Nord, ai confini dell’Europa e della nostra cultura, viveva uno dei momenti più importanti della sua vita politica degli ultimi decenni.
La Snaeland (Terra della neve, nome attribuito da Naddoddur, il primo ad arrivare sull’isola secondo Ari Porgilsson), sino al 2008 era modello economico da seguire. Fiore all’occhiello di un modello neoliberista che ancora appariva come la strada migliore.
Tuttavia, in quello stesso anno, la crisi finanziaria getta sull’orlo del fallimento l’intero Paese. In particolare collassano le tre principali banche dell’isola, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, oltre alla banca on line Icesave, e i titoli di Borsa crollano per il 74 per cento.

A questo punto entrano in gioco gli speculatori d’occasione, come sempre accade. In questo caso Inghilterra e Olanda, che decidono di indennizzare i clienti dei propri Paesi, della Icesave, chiedendo al governo islandese la restituzione dei soldi persi dai propri cittadini a causa della banca.

Ed è ora che la storia si fa interessante.

Migliaia di cittadini scendono in piazza, assediando il parlamento, pacificamente, per settimane, e costringendo il premier a dimettersi. Siamo nel gennaio 2009.
Nelle elezioni che seguono, in aprile, una coalizione di sinistra, guidata da Jóhanna Sigurardóttir, ottiene la vittoria. Il piano del nuovo governo prevede la restituzione del debito di tremila miliardi di euro, a Inghilterra ed Olanda, in “comode rate” di un centinaio di euro a persona, per i successivi 15 anni, ad un tasso di interesse del 5,5 per cento.
Il popolo islandese non ci sta a pagare il disastro causato dalle banche, e con una consultazione referendaria, respinge il provvedimento, la legge IceSave, con un plebiscito a favore del “No“: il 93 per cento dei voti.
Il governo alle strette, decide, obbligato, di avvicinare il palazzo alla popolazione, e così 25 cittadini, non legati a partiti politici, entrano a far parte dell’assemblea per redigere una nuova costituzione più coerente con i tempi, e che rende l’Islanda un Paese modello per l’informazione, con una legge apposita che garantisce la circolazione di notizie ad ogni livello.
Dopo numerosi ripensamenti si decide, inoltre, di risolvere la questione del debito: in via quantitativa, portandolo da tremila miliardi a 440 milioni, e sul piano temporale dilazionandolo sul lungo periodo, fino al 2046.
Ora immaginate quale possa essere stata la reazione degli Islandesi al provvedimento… Esatto, un altro “No”! Le generazioni future non pagheranno le porcherie dei responsabili della crisi finanziaria. E così un nuovo referendum, il 9 aprile 2011, boccia anche questa proposta.

Ad oggi l’Islanda continua a lottare per veder riconosciuti i propri diritti economici, che spesso incidono sui i diritti essenziali dell’essere umano, e i risultati continuano ad essere apprezzabili.
Si è passati dalla cieca convinzione nel modello neoliberista, alla riappropriazione dello Stato da parte dei cittadini, con una partecipazione diretta, nella decisione pubblica, mai avuta prima. Inoltre alcune tracce di questo percorso, simboliche e meno, sono indicative di ciò che sta avvenendo: l’Islanda ha una premier dichiaratamente lesbica e una maggioranza parlamentare femminile; è uno dei pochissimi Paesi al mondo a non disporre, volontariamente, di un esercito; infine una legge impone che il 99,9 per cento dell’energia provenga da fonti rinnovabili… si avete capito bene, e così sta puntualmente avvenendo, con il geotermico in prima linea.

Di questa storia non ne abbiamo sentito parlare sui media tradizionali, non c’è traccia nei Tg così come nei quotidiani di prima fascia, e risulta difficile non pensare che questo oscurantismo sia quantomeno utile a questo sistema finanziario che ogni 5-6 anni genera qualche crisi. Ci hanno raccontato delle rivoluzioni arabe, ma in quel caso si tratta di popolazioni che aspirano ad ottenere la rappresentanza democratica di cui godiamo noi. In Islanda si è francamente oltre. In Islanda si è smantellato un sistema economico sino ad allora inattaccabile. E si è spezzato un circolo vizioso a danno della cittadinanza.

Il popolo islandese ha deciso che le colpe di questi sciacalli finanziari non ricadranno sulla propria vita ne su quella delle generazioni future, e la sua battaglia, oltre che fruttuosa, potrebbe essere un esempio per tutti noi, altri europei, altre vittime di questo sistema vorace.

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