Il partito moderno e la non rappresentazione democratica

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Non ho mai percepito, così chiaramente come in questi giorni, l’esatta cifra di una democrazia fondata sui partiti, come la nostra.
Il derby delle manette, come è stato definito, ha messo in luce il meccanismo perverso per cui il rappresentato subisce il rappresentante, e l’azione dei grandi apparati partitici, si riduce all’affannosa ricerca di un consenso che passi attraverso i propri interessi, per giungere poi all’elettorato sotto forma di sana democrazia.

Mi spiego meglio.
Con l’avvento dei partiti si è innescato un meccanismo circolare in cui la nostra società democratica si impantana in ciò che concretamente si traduce in una leadership democratica, nella definizione di Adorno. Il voto del singolo cittadino raggiunge un singolo politico, e poi si dissolve in un apparato più grande, quale è appunto quello dei partiti. A sua volta i partiti politici assumono a garante della volontà popolare un leader, che sappia tenere a bada le pulsioni esterne per tutelare le prerogative che il partito stesso si è posto, e lo fa, frequentemente, imponendo scelte che ricadono, a cascata, su tutto l’elettorato, sino ad annullare, di fatto, il potere decisionale del singolo individuo.

Ciò che stride con il valore della democrazia è proprio questo sempre più forte potere decisionale del leader, che in nome della stessa democrazia, la usurpa continuamente. Accettare che qualcuno la salvaguardi per noi, è allo stesso tempo la negazione di una partecipazione democratica. “Uno” che parla per “Tutti”,  è sì una necessità, ma anche l’inizio di quelli che furono totalitarismi inaspettati e tuttavia naturali, dove il Duce, o il Führer assumevano il ruolo di guida, in nome della massa. La negazione dell’individuo passava per la sua dissoluzione nella massa, dimenticando che anche questa è organo pensante.

La concezione della partecipazione popolare di Berlusconi, del resto, è molto più vicina ad una dittatura democratica che non ad un coinvolgimento dal basso della popolazione nelle scelte governative. E lo stesso potrebbe dirsi dell’idea di democrazia di quasi tutti i leaders di partito italiani, da D’Alema a Bossi. L’asservimento, necessario, del popolo, diviene strumento di prevaricazione, dove il potere decisionale è assunto forzatamente e con l’alibi della votazione pubblica, dimenticando che si è rappresentanti e non custodi, delle idee di singoli soggetti. Ed avviene, inoltre, con meccanismi propri della pubblicità, come lo stesso Adorno ci ricorda, dove il partito conosce il proprio target e ne asseconda le pulsioni a discapito della verità, non solo politica.

Ecco che allora diviene necessario riappropriarsi del senso dell’individuo. Ed oggi, per fortuna, con le nuove tecnologie, questo è assolutamente possibile. La partecipazione dal basso diviene così effettiva, e il rappresentante cessa di essere il detentore del potere, divenendo null’altro che un prestanome, in carne e ossa, che veicola proposte e volontà provenienti dall’elettorato. Diviene centrale allo stesso tempo il controllo, esercitato in massa ma singolarmente, sull’operato del rappresentate, controllo vincolante e spietato, in grado di raggiungere politici e partiti ovunque.
Tutto ciò sta già accadendo, e le ultime elezioni hanno tracciato questa linea, in fondo alla quale appare evidente come “uno” conti “uno”, e la somma dei cittadini sia la somma delle idee e non il pretesto per legittimarne una sola.

E’ bene sempre tenere in mente che l’accettazione passiva di un sistema democratico, equivale all’assenza dello stesso.

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