Lo sguardo vivo del poeta di Orihuela

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Oggi, Domenica, proviamo a spezzare il ritmo della quotidianità, regalandoci una poesia di una figura sin troppo dimenticata, una poesia di Miguel Hernandez.

Miguel Hernandez

Poeta dalle umili origini, nasce nel 1910 in un paesino della Spagna sud-orientale. Il padre, pastore, lo sottrae alla scuola prima che egli possa compiere i suoi studi, ma mentre accudisce il gregge, Miguel divora libri con avidità, e la sua passione letteraria si manifesta con le prime poesie.
Con l’aiuto di un sacerdote riesce ad entrare in possesso di molti testi classici, e trasferitosi a Madrid inizia a frequentare ambienti letterali, stringendo amicizia, tra gli altri, con Pablo Neruda.
Ma la guerra civile bussa alle porte, e così arruolato tra i repubblicani,  inizia un girovagare che lo porterà sino all’ Unione Sovietica.
La vita privata intanto va avanti, ma la morte del primo figlio, lo segnerà molto.
Al suo ritorno in Spagna inizia per lui un’odissea tra un carcere e l’altro; osteggiato dal franchismo viene perseguitato in ogni luogo, e le sue opere, sempre più numerose, ricercate per essere distrutte, come avviene per El hombre acecha, che grazie a due sole copie sopravvissute alla commissione depurratrice franchista, sarà pubblicato nuovamente nel 1981.
Gli anni del carcere sono ovviamente i più duri, e a poco valgono gli sforzi dei suoi amici per sottrarlo alla giustizia fascista.

Condannato alla pena di morte nel 1940, grazie all’intercessione di molti intellettuali, viene commutata in 30 anni di lavori forzati, ma non avrà il tempo di scontarli.
Bronchite, tifo e tubercolosi se lo portano via a soli 31 anni.
Dicono che alla sua morte sia stato impossibile chiudergli gli occhi…

“Non si spense mai, neanche all’ultimo momento, quella luce soprattutto che, tragicamente, lo fece morire con gli occhi aperti”
Vicente Aleixandre

Vi lascio alla lettura di alcune strofe composte dal poeta durante la guerra civile spagnola, che al meglio esprimono i suoi ideali e la sua forza di volontà.
La poesia è stata poi musicata in maniera sublime da un grande della musica spagnola: Joan Manuel Serrat

Parte Segunda de El Herido (El hombre Acecha,1937-1939)

Para la libertad sangro, lucho, pervivo.
Para la libertad, mis ojos y mis manos,
como un árbol carnal, generoso y cautivo,
doy a los cirujanos.

Para la libertad siento más corazones
que arenas en mi pecho: dan espumas mis venas,
y entro en los hospitales, y entro en los algodones
como en las azucenas.

Para la libertad me desprendo a balazos
de los que han revolcado su estatua por el lodo.
Y me desprendo a golpes de mis pies, de mis brazos,
de mi casa, de todo.

Porque donde unas cuencas vacías amanezcan,
ella pondrá dos piedras de futura mirada
y hará que nuevos brazos y nuevas piernas crezcan
en la carne talada.

Retoñarán aladas de savia sin otoño
reliquias de mi cuerpo que pierdo en cada herida.
Porque soy como el árbol talado, que retoño:
porque aún tengo la vida.

Parte Seconda de Il Ferito (tratto da L’Uomo Spia, 1937-1939)

Per la libertà sanguino, lotto  e  continuo a vivere.
Per la libertà, i miei occhi e le mie mani,
come un albero carnale, generoso e prigioniero,
le consegno ai chirurghi.

Per la libertà, sento d’avere nel petto
più cuori che grani di sabbia. Schiumano le mie vene
e entro negli ospedali, entro nelle bende di cotone
come in candidi gigli.

Per la libertà mi distacco a colpi
da chi ha atterrato la sua statua per il fango.
E mi distacco a colpi dai miei piedi, dalle mie braccia,
dalla mia casa, da tutto.

Perché dove compariranno orbite d’occhi vuote
lei porrà due pietre per lo sguardo futuro
e farà crescere nuove braccia e nuove gambe
nella carne devastata.

Germoglierà di nuovo l’energia a colpi d’ala, senza autunno,
reliquie del mio corpo che perdo a ogni ferita.
Perché sono come l’albero strappato: rigermoglio
e ancora ho vita.


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