Siamo tutti un po’ Nietzsche

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Nietzsche non doveva essere un tipo semplice, e il dottor Breuer se ne era probabilmente reso conto. L’ostinazione con cui il filosofo si sottraeva all’offerta di aiuto, malgrado la sua gravissima emicrania, era quasi encomiabile, non fosse per l’antipatia che lasciava sgorgare a fiumi dal suo ego, e che ego…, che rendeva impossibile ogni contatto.

Non mi è mai capitato di scrivere di un libro mentre lo sto ancora leggendo, eppure l’accuratezza con cui sono raccontate le vicende, e il suo essere altamente riflessivo, fanno di E Nietzsche pianse un romanzo al quale è difficile resistere. Oltremodo la barriera che il filosofo interpone tra se e il dottore, appare perfetta per una analisi della comunicazione, o se volete dell’incomunicabilità del nostro tempo.
Cosa avrebbe pensato il buon Friedrich se ad esempio avesse avuto a disposizione uno strumento come Facebook? Probabilmente la sua capacità di pensiero non sarebbe cambiata di molto, ma la sua comunicazione? E’ lecito aspettarsi che avrebbe avuto più “amici” di quanti in realtà ne sia riuscito a conoscere in tutta la sua vita, ma è anche possibile pensare che  il suo atteggiamento non si sarebbe discostato di molto da quello di noi tutti, adottando un peculiare ostruzionismo verso la comunicazione diretta, face to face, e una virata verso contatti frequenti e disinibiti, con persone interconnesse con noi.
La mia non è affatto una critica negativa, sia chiaro, adoro questo modo di far viaggiare i pensieri alla velocità della luce, ma risulterà sempre un po’ singolare, dal mio punto di vista, immaginare che quando un ragazzo ha un problema serio, che lo affligge, preferisce raccontarlo ad un “amico” on line, semmai lontano negli affetti, piuttosto che alla madre a casa, alla quale spetta forse la risposta: “non ho niente…che vuoi!?”

Pare di rivedere a volte il Nietzsche del libro cui mi riferivo prima, che rifiuta l’aiuto, per un eccesso di timore reverenziale, e che forse, semplicemente per scarsa vena comunicativa, si affida a tecniche di persuasione indiretta che inducano il referente a soccorrerlo.
L’egocentrismo è spesso il mentore dell’orgoglio, e l’orgoglio ci allontana, quasi sempre, da ciò che vogliamo.
Viene da pensare al Michele di Ecce Bombo, che chiede se lo si nota di più se va ad una festa e resta in disparte o se non va. Un misto di malinconia e presunzione, che aleggia in quasi tutte le sequenze della pellicola.
Come quel personaggio, navighiamo, a volte, per mari che non avremmo scelto, se solo un pizzico di fiducia, verso chi ci offre una mano, ci avesse svegliato dalla nostra presunzione.

Ad ogni modo, è bene ricordare, che la comunicazione, per quanto argomentabile e multiforme resta pur sempre un fatto prevalentemente soggettivo, pur se in continua relazione con il contesto:

Che differenza resta tra un convinto e un ingannato? Nessuna, se è stato ben ingannato
Friedrich Nietzsche

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