La tela bianca e il valore dell’attesa

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Eccola la realtà che da molto tempo inseguivo. Un’esposizione di Antonio López, artista spagnolo classe 1936, è un viaggio verso un realismo all’ennesima potenza, una riscoperta della sublime espressione che è in grado di esaltare ciascun essere umano.
Sono lì, al Thyssen Museum di Madrid, ed ecco che i suoi quadri sembrano avvicinare lo spettatore verso mondi di riflessione, tanto arditi quanto attuali. Un iperrealismo di sensazioni.

Le stagioni.
Antonio López è un pittore, oltre che scultore, dalla incredibile capacità di lettura dello spazio, che sia quello urbano o quello interiore di una vita familiare. Ed ha una grande dote, superiore a tutte le altre, quella di saper attendere.
Molti dei suoi già famosissimi quadri li ha costruiti in tempi lunghissimi, anche più di dieci anni quando necessario, per poi eventualmente modificarli ancora o lasciarli incompiuti in segno di umiltà.
Gran Vía, uno dei tanti omaggi a Madrid e sicuramente tra i più impressionanti, è uno di quelli in cui l’artista ha preso appuntamento con la vita, ogni anno, nello stesso identico luogo, nella stessa stagione dell’anno, negli stessi giorni, nella stessa ora, per sette lunghi anni, per cogliere quell’attimo irripetibile di luce sempre uguale e sempre fondamentale.
Sette anni per creare un capolavoro, è il valore dell’attesa, dei tempi giusti.
Ecco l’insegnamento dell’artista. Del resto la natura traccia la via con i suoi cicli, e agli uomini, quelli migliori, non resta che seguirne l’esempio.

Penso a Vivaldi, e non posso che considerarlo un iperrealista della musica. Con Le quattro stagioni tesse l’elogio dei ritmi della natura, ne amplifica i tratti e dona un suono per ciascuna goccia di pioggia d’inverno, ciascuna foglia d’estate scossa dal vento, e per le infinite meravigliose incertezze delle stagioni più miti.

Penso ancora alla saggezza dei contadini, da secoli artisti dei terreni incolti. Tavole su cui dipingere la vita che nasce dal suolo, sempre la stessa e mai uguale.
Il tempo scandito dalla natura ancora una volta, e sublimato poi nel raccolto dalla fatica. Mai un abuso, sui ritmi della natura commetterebbe un vero contadino, mai forzerebbe spazi e luoghi governati da una legge che richiede anzitutto l’attesa, e il momento propizio, per trarre il meglio da ogni seme.

Antonio López dicevamo. Ho scelto lui perché si tratta di un vero artista, e come tutti i veri artisti è anche politico, poiché legge, smonta e interpreta la realtà, che sia quella sociale o quella della natura.
Basterebbe questo parallelo per “dipingere” la nostra classe politica.
Se è vero quello che ho scritto, allora deve essere vero anche il contrario. Il politico ha il dovere di calarsi nei panni dell’artista, studiare gli elementi, la tela, il soggetto da interpretare ossia la società, e costruire il proprio capolavoro, senza fretta e nei tempi giusti.
Ogni dettaglio diventa cruciale e  ogni puntino della tela, ogni individuo, parte fondante dell’intera opera.

Purtroppo guardo intorno e son costretto a destarmi da questa utopia.
Un governo, e una classe politica che da vent’anni umiliano le nostre tonalità, tralasciando i tempi che cambiano, e proponendo arrogantemente le stesse cose, costituiscono un pittore che non ascolta i suoi colori, ciò che lo rendono tale. La cosa più importante.
Come suonare La primavera unicamente col trombone, come piantare un albero esotico nell’Europa del nord.

I cicli della natura, sono però immutabili, e l’essere fuori stagione non è tollerato a lungo, se non con risultati scadenti. La terra rigetta persino un seme che sia sempre lo stesso, tanto che è necessario ricorrere ad un’alternanza anche tra i prodotti da piantare in uno stesso posto.

Ho l’impressione che presto si sveglieranno anche loro, e scopriranno di aver dipinto persino sul loro futuro e sulla loro vita, un inguardabile ritratto di se stessi, un Dorian Gray del duemila.
La tela sarà da gettare, ma i colori esisteranno sempre, ovunque, e pronti a ricominciare.

[Articolo originariamente scritto per fanpage.it]

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