Walter Flanders o meglio, quanto è complicato conoscer-si

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© "Breaking Bad" 2007Topanga Productions.Lewis Jacobs/ Still PhotographerNon posso farci niente ma questa somiglianza l’ho notata per tutta la serie, e soprattutto nel primo e nell’ultimo episodio. Mi piace pensare che Ned Flanders, in un’altra vita (o un’altra serie) possa aver dato libero sfogo alla sua rabbia repressa, avventurandosi ai confini del male, sino a ripercorrere le gesta del suo sosia narcotrafficante Walter White. D’altro canto almeno un Walter Flanders è già esistito nella storia e si è dato parecchio da fare.

Ma se anche ciò avvenisse, il passaggio più complicato sarebbe accettare lo scarto che esiste tra aspettative ed evidenza dei fatti. A volte ci si accorge di quanto sia paradossale il mondo e di quanto sia facile arrendersi realtà quando invece, quasi sempre, la realtà e quindi la verità sono soprattutto un esercizio di ricerca senza molte risposte.

Verità che fa spesso rima con conoscenza. Il suo opposto, l’ignoranza, intesa nel suo termine letterale, è forse la chiave di tutto. Ma è questione complessa. Lo scrittore francese François de La Rochefoucauld sosteneva che “vi sono tre tipi di ignoranza: non conoscere ciò che si dovrebbe conoscere; conoscere male ciò che si conosce e conoscere ciò che non si dovrebbe conoscere”.

Io preferisco la terza.

I passi nel vento

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Disegno Post Paolo 27-01-2014

Non ricordo esattamente come andò la cosa. Quel che è certo, è che tutto il paese raccontò la storia per molto tempo, e ognuno a modo suo aggiungendo qualche verità sfuggita ai più.

Grosso modo, il fatto, che ci crediate o no, si svolse così.

Era una mattinata abbastanza normale, su questo concordano tutti. Normale nel senso che era una di quelle mattinate invernali, di gennaio, nelle quali i contadini vincono il freddo, umido e pieno di vento e con tutta la forza che hanno in corpo, una forza che viene dalle loro storie milenarie, vanno in paese a cercar fortuna, con quel passo lento che affonda nella saggezza più antica. Appena giunti, con le prime luci dell’alba, estraggono con cautela once piene di ogni ben di Dio e iniziano a venderle. Il lavoro di un intero anno, un intero raccolto, è pronto a dare i suoi frutti. Giorni e giorni di lavoro si trasformano così nel nuovo cibo.

Quello stesso mattino, mi svegliai con le strazianti grida di un maiale ormai prossimo al macello. Un nugulo di persone si accalcava intorno all’animale e le esperte lame del boia erano pronte a scivolare lungo quel collo ansimante. La ferocia di quei gesti efficaci, si univa tuttavia ad un inspiegabile rispetto.
Quando mi resi conto dell’ora, capì subito che avevo dormito troppo. Le sette e trenta.
Tutti in paese sapevamo che era arrivato il gran giorno nel quale lo straniero di cui tanto si vociferava sarebbe finalmente arrivato.

Nessuno sapeva da dove veniva, ma le sue storie lo avevano preceduto e avevano raccontato molto di lui.
Si diceva che una volta era andato sino alla capitale, durante la orribile guerra dei 20 anni e quando le truppe di entrambi gli schieramenti erano ormai pronte a darsi l’ultimo assalto mortale, la guerra era cessata. Così, d’improvviso, senza che nessuno sapesse perché o avesse dato alcun ordine in tal senso.

Un’altra volta, aveva partecipato a quella famosa spedizione lunga 5 mesi. Si era perso anche lui, insieme alle centinaia di persone che riempivano le quattro grandi imbarcazioni costruite con quell’inaffondabile legna orientale. Poi un giorno era tornato, quando ormai tutti li avevano dati per morti. Solo altri dodici marinai si erano salvati ma le barche, intatte, grondavano di ogni tipo di ricchezza: tesori antichissimi, gemme mai viste e pietre preziose dai magici poteri, tutto trovato chissà dove.

Come si chiamava quell’uomo? Magari potessi saperlo.
Alcuni lo chiamavano Fortuna, altri Disgrazia, i più semplicemente Destino. Anche se tutti sospettavano che non fosse altro che un uomo, uno di quei vagabondi che cercano la vita in ogni angolo del mondo.
Quello di cui tuttavia eravamo sicuri, è che in qualunque posto andasse accadeva qualcosa di inspiegabile.  Cambiava l’ordine naturale degli eventi, distorceva il tempo, annichiliva i progetti che tutti si affannavano a portare avanti.

Era come se muovesse i suoi passi nel vento. Alcune volte sistemava le cose, altre portava disastro. E più frequentemente, entrambe le cose insieme.

Il salto carpiato di Matteo non è una buona strategia

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Renzi-FQ

La vignetta odierna del Fatto Quotidiano sintetizza magistralmente l’operazione che Renzi sta portando avanti con inflessibile polso da condottiero. Ancor più stringente però, per comprendere in che direzione ci muoviamo, può essere una frase di Peter DruckerGestione è fare le cose bene, essere leader è fare le cose…

Sul numero 10 di Forbes, versione spagnola, c’è un interessante articolo sulle strategie di marketing più av-vincenti del momento. Tra queste, quella della catena Cien Montaditos, vero e proprio colosso della ristorazione iberica, passato da un singolo esercizio a Huelva, Andalusia, a oltre trecento locali in sei mercati differenti in soli 12 anni. La strategia di successo della catena è legata ad un prodotto di qualità accettabile, e soprattutto a prezzi contenuti e fissi. Il consumatore sa quanto spenderà, senza nessuna sorpresa finale. È questo, quasi sempre, piace da impazzire.

Matteo da Firenze (per molti Il Gran Comunicatore, per altri, come Carlo Freccero, Il Restauratore), non sembra però aver fatto tesoro di questa piccola, utile nozione di marketing (virando piuttosto sul classico). Marketing che pure si vanta di conoscere approfonditamente e che esercita a modo suo.
La legge elettorale che si appresta a portare in parlamento, direttamente per l’approvazione in blocco, sconfessa le sue promesse (premesse) e gli auspici più elementari del suo elettorato. Dal pregiudicato Berlusconi, alle preferenze annullate, all’impegno sui diritti civili rimandato, il buon Renzi ha compiuto un salto triplo carpiato rovesciato che la Cagnotto se lo sogna.

Il Líder Maximo dell’ Italicum (o de noantri, visto il suo sereno trasferimento a Roma in barba alla carica di sindaco di Firenze) sembra aver fiducia nell’instancabile capacità di dimenticare del popolo italico, che tuttavia, così, ad occhio e croce, sembra non avere più la capacità di turarsi il naso e rischia quindi, suo malgrado, di rovesciargli il vassoio di polpette che ha davanti prima ancora di assaggiarle.

Se queste sono le condizioni, viene in mente quella famosa frase d’anonima attribuzione che circola nel mondo dell’innovazione e recita più o meno cosi: fallisci velocemente, fallisci presto, ma soprattutto fallisci a basso costo. Ché tanto pagheremo noi i suoi errori,  more solito. 

GazzaBet?! Un azzardo pericoloso

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GazzaBet

Sarò anacronistico, ma non ho mai sopportato i nomi delle squadre di basket, con lo sponsor che impone la sua presenza su tutto e tutti. Poi dopo gli stadi firmati dagli sceicchi e l’ingresso dei super ricchi nel mondo del calcio, ho iniziato a farmene una ragione. Il mercato è il mercato. Ma se davvero La Gazzetta dello Sport dovesse chiamarsi GazzaBet, affittando il proprio nome ad un’agenzia di scommesse, come paventano increduli (nell’edizione di ieri) i giornalisti del quotidiano rosa, allora inizierò a cercare uno sponsor anche per la mia anima…

In un’editoria che deve liberarsi dai finanziamenti pubblici (ma che è ancora molto lontana dal farlo visti ad esempio i 23 milioni di euro elargiti al Gruppo Rcs), incorrere in scenari del genere può diventare quasi una certezza, ed è forse opportuno mettere un limite, prima di creare paradossi e conflitti di interessi di proporzioni inimmaginabili.

Se davvero un’agenzia di scommesse cofinanziasse il noto quotidiano sportivo potremmo star certi che la credibilità della redazione, in grado di influenzare giocate per milioni di euro, ne uscirebbe con le ossa rotte, ma soprattutto significherebbe certificare in maniera definitiva la morte dell’editoria italiana (già profondamente compromessa) con il giornalismo e l’informazione (anche sportiva) senza più alcuna credibilità.

Al cancro delle agenzie di scommesse, a cui lo stato italiano ha allegramente concesso agevolazioni oltre l’immaginabile, non può essere concesso altro spazio, che andrebbe invece rapidamente ridimensionato, prima che si aggravi ancor di più lo stato economico e sociale di migliaia di famiglie.
Controllare il principale giornale sportivo italiano, vorrebbe dire arrendersi alla svendita totale di un paese per cui, tutto sommato, sfogliare un giornale rosa, al tavolo del bar, la domenica mattina, ha ancora un valore. E questo sì, impossibile da quotare.

Fossi stato Beppe Grillo, non sarei scappato

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Prologo. millenovecentosettantacinque.

La violenza. Per sintetizzare molti concetti sulla violenza userò questa tavola di Gianluca Maconi ne Il delitto Pasolini.
Commenti blog grilloLunedì, 2013.

Maria Novella Oppo, qualche giorno fa, ha scritto un articolo sull’Unità contro il Movimento 5 Stelle. Un articolo duro che non mi piace, che trovo banale, ripetitivo, privo di fondamenta. Non mi piace e vorrei dirglielo in faccia, perché è molto tempo ormai che la cattiva politica si nasconde dietro giornalisti come la Oppo e dietro parole come demagogia o espressioni del tipo: rispetto per le istituzioni.

Tuttavia, io, fossi stato del Movimento, Maria Novella Oppo l’avrei invitata ad un dibattito pubblico, per confutare le sue opinioni. Io, fossi stato Beppe Grillo, c’avrei pensato su. Mi sarei fatto sfidare sul mio terreno, quello delle idee, rinunciando alla violenza (verbale) che si è sviluppata sul suo blog,

Ultimamente, quando voglio farmi del male, quando voglio toccare il fondo, leggo un po’ di commenti sulla pagina web de Il Giornale. È un vizio. Mi aiuta a tenere il polso della situazione del livello più basso della società italiana, si tratta di un riferimento. I commenti presenti sono quasi sempre condannabili, legalmente, per contenuti razzisti, ingiuriosi, diffamatori etc. Eppure…
Eppure anche il blog di Beppe Grillo, organo del M5S, spesso non è da meno. Mi dispiace, perché ho simpatia per il movimento. Mi dispiace perché dall’autocritica si riesce a misurare la grandezza di una persona, di un partito, o di un movimento. E se sul mio blog avessero scritto quello che hanno scritto alla signora Oppo, di cui, ripeto, non condivido una virgola dei suoi articoli, mi sarei vergognato e l’avrei reso noto a tutti, il mio sdegno.

Nel video che segue alcuni giornalisti di modena, in solidarietà con la collega dell’Unità, hanno voluto recitare testualmente gli insulti, per dargli una faccia, una voce. Da brividi… se riuscite a guardarne e ad ascoltarne cinque, di minuti, è già molto.

Ecco,  insomma, se mi avessero riempito il blog di simili improperi verso una signora sconosciuta, avrei ribattuto che mi fanno schifo gli attacchi volgari attraverso una tastiera (soprattutto attraverso una tastiera). E avrei invitato Maria Novella Oppo, in diretta streaming, se volete, per un confronto.

Perché in fondo godo, quando riesco a imporre, dietro ragionamento ed esposizione dei fatti, le mie idee. Godo come un matto. Ma purtroppo non tutti godiamo allo stesso modo, e soprattutto non tutti abbiamo delle idee

L’asterisco

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Laurea

Non l’avevo notato, lo ammetto. Era lì da sempre, e nessuno lo aveva notato. Del resto non ci avevano avvisati, ma avremmo dovuto capirlo da soli. L’asterisco era lì e non gli abbiamo prestato attenzione. Ma dai, un lavoro si trova, vuoi vedere che…? Non crederai mica…? Te lo assicuro! Impegnati nello studio che poi… E invece no. È vero, si trova, o si troverà, ma nel frattempo le energie sviliscono, le incertezze aumentano, le passioni si appannano, gli anni trascorrono.

Noi abbiamo già dato, loro non ancora.

Le passioni, la sicurezza, le conoscenze e l’energia torneranno. Gli anni, forse, no.

Decadenza: anno 2013, Italia

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ImageDecadenza. Quasi ovunque, intorno a noi. Oggi è il giorno marchiato a fuoco nel calendario della politica italiana degli ultimi venti anni. Decade Berlusconi. Non cade, decade. Non cade perché in vent’anni nessuno gli ha chiesto di rendicontare sulle sue azioni. Perché in vent’anni molti hanno assecondato i suoi vizi, e coperto sino allo sfinimento la sua immoralità.

Eppure la sensazione che avvolge, è di un processo inarrestabile, che ha visto protagonista tutti, e in corso da molto tempo. Berlusconi decade per pulirci la coscienza, perché non riusciamo più a sostenere il nostro sguardo allo specchio. Un sciacquatina, e via.

Dal dizionario Treccani, tra le tante definizioni della parola, ecco la verità: progressiva diminuzione di prosperità, floridezza, forza, autorità e simili., in una persona (soprattutto con riguardo al valore artistico, morale o alle facoltà creative), in un popolo, in un’istituzione, in una civiltà, ecc.

Che decada dunque Berlusconi, a cui mai avremmo dovuto consentire vent’anni di dominio sulle nostre vite, sui nostri pensieri. Che decada, come è giusto che sia. Ma attenti a distinguere un cialtrone delinquente dai veri decadenti, noi. Già da un po’, già da tempo. E stentiamo ad accorgercene. Avanti il prossimo, sembriamo gridare. Ma i prossimi, siamo noi.