I graffiti che hanno riscritto la storia d’Egitto

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Almeno sino a qualche tempo fa, camminare per le strade del Cairo voleva dire immergersi in decine di graffiti, più o meno visibili, più o meno critici verso l’ex regime di Mubarak, ma tutti in grado di raccontare un pezzo di quella che universalmente sarà ricordata come la Primavera Araba.

In una città, la più popolosa del mondo arabo, dove il 50% della popolazione è analfabeta, i graffiti nati spontaneamente dalla creatività e dalla tenacia di numerosi artisti ispirati dalla non-violenza, hanno costituito per mesi un’autentica valvola di sfogo alle pressioni e repressioni del regime. Con dipinti diversi per stile e contenuti, un folto numero di artisti ha riempito le mura della città ponendo in gioco una parte della propria vita per offrire una chiave di lettura diversa ad una grande fetta di popolazione. E lo ha fatto sfidando le autorità e pagando a volte con la detenzione, come nel caso di Mohamed Fahmi in arte Ganzeer, tenuto in prigione per una notte intera, per aver dato vita alla celebre Mask of Freedom, un uomo bendato con un sasso in bocca, riprodotta  poi a macchia d’olio in tutti gli angoli del Cairo e opera tra le più famose del movimento.

arabicgraffitti-nativezentwo-01_webIl movimento parallelo dei graffiti ha segnato in modo nuovo e incisivo, accompagnando l’intero periodo delle rivolte, il modo di esprimere con forza il proprio dissenso, ed è andato poi ben oltre i tempi delle agitazioni popolari.
In occasione dell’anniversario della rivoluzione araba, lo stesso Fahmi, nel frattempo finito anche sotto la lente d’osservazione del Consiglio Supremo delle Forze Armate, che ancora gioca un ruolo decisivo nella transizione in Egitto, lanciò attraverso la rete il Mad Graffiti Week, un vero e proprio invito al graffito pazzo. Una manifestazione di libertà in cui artisti provenienti da ogni dove venivano esortati a riempire la città di immagini e slogan all’insegna della solidarietà con il popolo egiziano. Un promemoria per ricordare, a chi già credeva in una rivoluzione assopita, che invece la forza culturale e artistica del movimento poteva e doveva continuare a raccontare i sogni di libertà del popolo egiziano, riportando la stessa arte al centro di un dibattito costante con le forze governative.

Critica, contestazione politica, ma soprattutto futuro, desideri e il tentativo di scuotere le coscienze dei cittadini del Cairo; questo hanno rappresentato e ancora testimoniano i graffiti della rivoluzione. In  una intervista apparsa su Il Manifesto diversi mesi fa e ripresa dal sito vincenzomattei.com,  Hany Khalid, uno degli artisti coinvolti, ricordava “che  il messaggio era quello della speranza e dell’amore per il proprio paese, per incoraggiare la gente a scendere in piazza, perché più diventavamo numerosi a Tahrir e più la nostra forza aumentava. Non c’era bisogno di scrivere che Mubarak faceva schifo o che fosse un ladro, era ovvio!”. E ancora Ammar, suo collega, sottolineava che “i graffiti hanno molti messaggi, alcuni si riferiscono al sistema e ai militari, altri alla strada e alla gente, altri ancora alla rivoluzione. Il messaggio dei graffiti è per tutti, sia per quelli che sono contro il sistema che quelli a favore, perché alla fine lo scopo dei graffiti è quello di smuovere qualcosa nell’animo delle persone, chiunque esse siano”.

E ci sono riusciti probabilmente, se oggi, a più di due anni da quei giorni decisivi, Il Cairo appare come un luogo in cui un futuro politico inizia a prendere vita, seppur timidamente, e in forme e tempi sino ad ora neanche immaginati. A distanza di circa trenta mesi da quella rivoluzione l’arte, quella vera, che crea dibattito e confronto, oltre che coscienza e racconto, ha raggiunto il suo scopo, contribuendo alla trasformazione della città e dell’intero paese in un luogo migliore, e soprattutto avviando un processo che ha portato ad un aumento di  consapevolezza su temi politici e sociali.

Per avere un’idea più concreta di questa rivoluzione artistica, consigliamo di seguire questo link, che fa da cornice all’interessante e-book di Elisa Pierandrei (Urban Cairo. La Primavera Araba dei graffiti), e che conduce ad una mappa interattiva del Cairo con le opere censite, con qualche riga di approfondimento per ognuna di esse anche in virtù del contesto urbano in cui sono (o erano) ubicate. Un modo per ricordare che l’Egitto, con la sua capitale, è ancora uno dei centri culturali più vivaci e stimolanti del pianeta, e che a volte un’immagine, magari tra due vecchi edifici semidistrutti, o ai piedi di un ostentato palazzo del potere, vale davvero più di mille parole.

 

[Articolo scritto per Plain Ink]

La splendida arte informativa dei Patachitra indiani

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Era l’ottavo secolo d.C. quando, in alcuni territori dell’India orientale, prendeva forma la meravigliosa avventura artistica e culturale dei Patachitra.

Proveniente dall’unione, in sanscrito, delle parole Patta, che significa pezzo di stoffa e Chitra, cioè immagine, questa sorta di “papiro disegnato” era anticamente un sistema per replicare icone sacre:
le copie, allora come oggi, venivano affidate a degli artisti locali, i cosiddetti Chitrakar(o Patua), che ancora oggi sono considerati i veri custodi di quest’arte.

Ma i Patachitra, ormai da molto tempo, sono molto più di una semplice immagine religiosa.

La loro funzione principale è infatti il racconto, e ci si può riferire ad essi come a dei veri e propri dipinti cantati in grado di raggiungere i moltissimi analfabeti purtroppo ancora presenti nel Paese.

Queste coloratissime strisce di carta e tessuto dipinte a mano, opera esclusiva delledonne Patua, vengono srotolate svelando poco per volta le immagini che racchiudono, e mostrando, come in un moderno fumetto, sequenze cariche di significato. Il tutto è accompagnato dal racconto cantato delle Chitrakar, che ne illustrano il contenuto con un alta partecipazione emotiva.

Se un tempo però le tematiche affrontate riguardavano soprattutto aspetti religiosi, la natura e alcuni brani tratti da poemi epici indù, con l’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione e il diffondersi delle notizie, si è iniziato a rappresentare anche eventi d’attualità di rilevanza mondiale, come la tragedia dello tsunami del 2004 o gli attentati dell’11 settembre.

A questi temi, si è poi aggiunto un interesse verso problematiche ancora enormemente influenti nella debole struttura sociale dell’immensa India. In particolare, grazie anche ai Patachitra, è aumentata la consapevolezza delleingiustizie subite ancora oggi dalle donne, e si è iniziato a raccontare storie che vanno dalla diffusione del virus dell’HIV in India, alla disparità dei diritti tra uomo e donna sino, ad esempio, alle proteste dei contadini di Nandigram, nel 2007-2008, contro le espropriazioni delle terre, in cui ha giocato un ruolo fondamentale proprio un movimento femminile locale.

L’impatto dei Patachitra è unico, oltre che di prim’ordine anche a livello artistico. Unatecnica millenaria, fatta di elementi naturali come i colori che ne disegnano le simboliche figure, nell’epoca dell’immediatezza dell’informazione è infatti in grado di coinvolgere e sensibilizzare chi, a questa informazione, non ha ancora avuto accesso, contribuendo al progressivo miglioramento delle condizioni di vita di migliaia di persone.

Dopo aver attraversato dodici secoli di avvenimenti, le Chitrakar (cognome di tutti gli artisti nel villaggio di Naya, nel Bengala Occidentale, dopo l’avvento della dominazione islamica dei Moghul) sono ancora lì a raccontare le loro storie, insieme, Chitrakar induiste e musulmane, convivendo pacificamente e lavorando gomito a gomito aldilà delle differenze religiose, per la loro arte. E lo fanno con piglio documentarista e passione da moderne reporter, consapevoli che tra i colori sgargianti delle loro stoffe si nascondono possiblità di futuro tutte da coltivare.

[Articolo originariamente scritto per Plain Ink]

Rafael Andrés, quando il disSacro diventa arte

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Come sarebbe stata una cena frettolosa di Gesù se fosse avvenuta in un sobborgo di New York e nel XXI secolo? Pane e vino sarebbero davvero stati gli elementi principi del banchetto, divenuti poi il corpo e il sangue del Salvatore? Deve essersi posto questi interrogativi l’artista spagnolo Rafael Andrés, 42 anni e di Barcellona, quando ha dato forma alle sue idee irriverenti, trasformando veri capolavori dell’arte mondiale e adattandoli alla sbeffeggiante iconografia dell’era contemporanea. Ecco allora che la Cena in Emmaus di Tiziano assume contorni grotteschi ed ironici, in cui i colori del ‘500 italiano si uniscono ai tratti dominanti della modernità dell’autore. Intorno alla tavola imbandita, i protagonisti, con Gesù nel mezzo, gustano degli abbondanti hamburger di McDonald’s.
Andrés, che firma la reinterpretazione delle opere con lo pseudonimo The Raf, assicura che il suo obiettivo è l’umorismo e non l’offesa, pur essendo consapevole che la sua produzione possa non piacere a tutti, allo stesso modo in cui, come afferma in un’intervista per El Mundo, “io non sopporto Chiquito de la Calzada al contrario di molti altri”.
La mostra, in corso in questi giorni nella Galleria Eat Me  di Bangkok, sta riscuotendo un grande successo di pubblico. Accade così che nel Paese dall’altissimo livello di sfruttamento sessuale, e dalle paradossali e rigide leggi sul costume, ci sia spazio per un’esposizione dal forte contenuto dissacratorio e che le produzioni di The Raf siano già state vendute in gran numero. Si tratta, come spiega l’artista, di rielaborazioni grafiche digitali con cui cerca di criticare il contesto in cui furono create le opere. Questa tecnica ha consentito di lasciare inalterata la struttura dei quadri, conservando al contempo il valore trasgressivo delle stesse, a cui è andata aggiungendosi la spietata ironia dell’artista. Del resto nella descrizione che presenta l’esposizione leggiamo che le parodie acute di The Raf sono piene di dissidenza politico sociale verso una società incapace di separare mito e realtà.

Oltre alla Cena di Tiziano troviamo una Gioconda sfigurata dopo un ipotetico combattimento con Mike Tyson, o Las Meninas di Velazquéz sommerse dall’acqua sino alla cintura. Tra le opere più discusse (in fondo all’articolo è presente una Gallery) indubbiamente c’è il Cristo in Croce dello stesso Velazquéz, dove il Messia viene presentato con tanto di seno al punto da diventare La Jesusilla. È infatti prerogativa dell’autore, che si definisce un Arterrorista, cambiare il titolo alle opere, in un’operazione volta alla decontestualizzazione delle tradizionali figure religiose. Andrés si dice scettico sulle possibilità che la sua mostra possa approdare in Spagna, Paese con fortissima tradizione cattolica, e del resto è difficile dargli torto. In Italia possiamo star sicuri che ciò non accadrà, così come già in passato esposizioni ritenute offensive per la morale cattolica italiana, sono state cancellate nel giro di poche ore.

Il dibattito sull’opportunità di scandalizzare, da parte dell’arte, è tutt’ora aperto e del resto non potrebbe essere che così. Da sempre la creatività umana ha prodotto opere al limite del buon gusto comunemente accettato, basti pensare alla Donna Barbuta del Ribera che ancora oggi suscita scalpore.
Come sempre però, arte vuol dire anche o soprattutto stimolare la riflessione, e da questo punto di vista, ben venga dunque la Cryptoart di Rafael Andrés.

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[Articolo originariamente postato per fanpage.it]

La tela bianca e il valore dell’attesa

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Eccola la realtà che da molto tempo inseguivo. Un’esposizione di Antonio López, artista spagnolo classe 1936, è un viaggio verso un realismo all’ennesima potenza, una riscoperta della sublime espressione che è in grado di esaltare ciascun essere umano.
Sono lì, al Thyssen Museum di Madrid, ed ecco che i suoi quadri sembrano avvicinare lo spettatore verso mondi di riflessione, tanto arditi quanto attuali. Un iperrealismo di sensazioni.

Le stagioni.
Antonio López è un pittore, oltre che scultore, dalla incredibile capacità di lettura dello spazio, che sia quello urbano o quello interiore di una vita familiare. Ed ha una grande dote, superiore a tutte le altre, quella di saper attendere.
Molti dei suoi già famosissimi quadri li ha costruiti in tempi lunghissimi, anche più di dieci anni quando necessario, per poi eventualmente modificarli ancora o lasciarli incompiuti in segno di umiltà.
Gran Vía, uno dei tanti omaggi a Madrid e sicuramente tra i più impressionanti, è uno di quelli in cui l’artista ha preso appuntamento con la vita, ogni anno, nello stesso identico luogo, nella stessa stagione dell’anno, negli stessi giorni, nella stessa ora, per sette lunghi anni, per cogliere quell’attimo irripetibile di luce sempre uguale e sempre fondamentale.
Sette anni per creare un capolavoro, è il valore dell’attesa, dei tempi giusti.
Ecco l’insegnamento dell’artista. Del resto la natura traccia la via con i suoi cicli, e agli uomini, quelli migliori, non resta che seguirne l’esempio.

Penso a Vivaldi, e non posso che considerarlo un iperrealista della musica. Con Le quattro stagioni tesse l’elogio dei ritmi della natura, ne amplifica i tratti e dona un suono per ciascuna goccia di pioggia d’inverno, ciascuna foglia d’estate scossa dal vento, e per le infinite meravigliose incertezze delle stagioni più miti.

Penso ancora alla saggezza dei contadini, da secoli artisti dei terreni incolti. Tavole su cui dipingere la vita che nasce dal suolo, sempre la stessa e mai uguale.
Il tempo scandito dalla natura ancora una volta, e sublimato poi nel raccolto dalla fatica. Mai un abuso, sui ritmi della natura commetterebbe un vero contadino, mai forzerebbe spazi e luoghi governati da una legge che richiede anzitutto l’attesa, e il momento propizio, per trarre il meglio da ogni seme.

Antonio López dicevamo. Ho scelto lui perché si tratta di un vero artista, e come tutti i veri artisti è anche politico, poiché legge, smonta e interpreta la realtà, che sia quella sociale o quella della natura.
Basterebbe questo parallelo per “dipingere” la nostra classe politica.
Se è vero quello che ho scritto, allora deve essere vero anche il contrario. Il politico ha il dovere di calarsi nei panni dell’artista, studiare gli elementi, la tela, il soggetto da interpretare ossia la società, e costruire il proprio capolavoro, senza fretta e nei tempi giusti.
Ogni dettaglio diventa cruciale e  ogni puntino della tela, ogni individuo, parte fondante dell’intera opera.

Purtroppo guardo intorno e son costretto a destarmi da questa utopia.
Un governo, e una classe politica che da vent’anni umiliano le nostre tonalità, tralasciando i tempi che cambiano, e proponendo arrogantemente le stesse cose, costituiscono un pittore che non ascolta i suoi colori, ciò che lo rendono tale. La cosa più importante.
Come suonare La primavera unicamente col trombone, come piantare un albero esotico nell’Europa del nord.

I cicli della natura, sono però immutabili, e l’essere fuori stagione non è tollerato a lungo, se non con risultati scadenti. La terra rigetta persino un seme che sia sempre lo stesso, tanto che è necessario ricorrere ad un’alternanza anche tra i prodotti da piantare in uno stesso posto.

Ho l’impressione che presto si sveglieranno anche loro, e scopriranno di aver dipinto persino sul loro futuro e sulla loro vita, un inguardabile ritratto di se stessi, un Dorian Gray del duemila.
La tela sarà da gettare, ma i colori esisteranno sempre, ovunque, e pronti a ricominciare.

[Articolo originariamente scritto per fanpage.it]

Creare

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“And Adam took the ribs from his side and created a fire.
And from the fire appeared
EVE”

Spacca il velo della percezione Britt Randle, l’artista canadese autore di questo video.

Creare è termine complesso… si aggira nella mente delle persone, affiora e s’inabissa continuamente, sino a dar sfogo alla sua forma, alla sua concretizzazione: la creazione.
Ma l’idea, prima di realizzarsi in opera tangibile, si alimenta e vive, raccogliendo e analizzando informazioni, sensazioni ed opportunità.

Randle crea sovrapponendo spazi, esperienze. Come i suoi quadri, frutto di più strati posti l’uno sull’altro, sino ad ottenere una superficie vergine e allo stesso tempo irrimediabilmente corrotta. Le sue tavole di legno sono, in superficie, appunti di quaderno, cartacce. Sono vecchi giornali un tempo fogli bianchi e ora veicoli di storie, pronte a cedere visibilità e anima ai colori dell’artista.

Ogni opera, ogni spunto del genio poggia su solide basi. Siano esse esperienze immateriali od oggetti della vita quotidiana.
Napoli, settembre 2012
Partecipo ad un dibattito tra amici, mi spiegano che in alcuni contesti, in alcune città, l’inciviltà è innata. Mi arrabbio, rigetto l’idea, cerco di spiegare che è una stupidità assurda affermare questo.

Poi ecco Britt Randle, mi viene in soccorso. Eve, nel suo metaracconto della Creazione mi offre la chiave di lettura che cercavo. Nulla si crea dal nulla, e il risultato di un processo (di pensiero, di lavoro, di meditazione) è sempre la somma o comunque l’unione, di elementi preesistenti.

E così gli strati sovrapposti finiscono per modificare per sempre anche l’esperienza umana. E il colore, steso su anni di angosce, ignoranze e povertà, non può che restituire un’immagine che ne racchiuda, in un istante, l’essenza.

Tornando a casa, dall’auto che mi precede un pezzo di carta viene deliberatamente gettato a terra. E mi dico, sicuro, che l’inciviltà è la più grande e diffusa creazione del genere umano.