Il salto carpiato di Matteo non è una buona strategia

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La vignetta odierna del Fatto Quotidiano sintetizza magistralmente l’operazione che Renzi sta portando avanti con inflessibile polso da condottiero. Ancor più stringente però, per comprendere in che direzione ci muoviamo, può essere una frase di Peter DruckerGestione è fare le cose bene, essere leader è fare le cose…

Sul numero 10 di Forbes, versione spagnola, c’è un interessante articolo sulle strategie di marketing più av-vincenti del momento. Tra queste, quella della catena Cien Montaditos, vero e proprio colosso della ristorazione iberica, passato da un singolo esercizio a Huelva, Andalusia, a oltre trecento locali in sei mercati differenti in soli 12 anni. La strategia di successo della catena è legata ad un prodotto di qualità accettabile, e soprattutto a prezzi contenuti e fissi. Il consumatore sa quanto spenderà, senza nessuna sorpresa finale. È questo, quasi sempre, piace da impazzire.

Matteo da Firenze (per molti Il Gran Comunicatore, per altri, come Carlo Freccero, Il Restauratore), non sembra però aver fatto tesoro di questa piccola, utile nozione di marketing (virando piuttosto sul classico). Marketing che pure si vanta di conoscere approfonditamente e che esercita a modo suo.
La legge elettorale che si appresta a portare in parlamento, direttamente per l’approvazione in blocco, sconfessa le sue promesse (premesse) e gli auspici più elementari del suo elettorato. Dal pregiudicato Berlusconi, alle preferenze annullate, all’impegno sui diritti civili rimandato, il buon Renzi ha compiuto un salto triplo carpiato rovesciato che la Cagnotto se lo sogna.

Il Líder Maximo dell’ Italicum (o de noantri, visto il suo sereno trasferimento a Roma in barba alla carica di sindaco di Firenze) sembra aver fiducia nell’instancabile capacità di dimenticare del popolo italico, che tuttavia, così, ad occhio e croce, sembra non avere più la capacità di turarsi il naso e rischia quindi, suo malgrado, di rovesciargli il vassoio di polpette che ha davanti prima ancora di assaggiarle.

Se queste sono le condizioni, viene in mente quella famosa frase d’anonima attribuzione che circola nel mondo dell’innovazione e recita più o meno cosi: fallisci velocemente, fallisci presto, ma soprattutto fallisci a basso costo. Ché tanto pagheremo noi i suoi errori,  more solito. 
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Decadenza: anno 2013, Italia

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ImageDecadenza. Quasi ovunque, intorno a noi. Oggi è il giorno marchiato a fuoco nel calendario della politica italiana degli ultimi venti anni. Decade Berlusconi. Non cade, decade. Non cade perché in vent’anni nessuno gli ha chiesto di rendicontare sulle sue azioni. Perché in vent’anni molti hanno assecondato i suoi vizi, e coperto sino allo sfinimento la sua immoralità.

Eppure la sensazione che avvolge, è di un processo inarrestabile, che ha visto protagonista tutti, e in corso da molto tempo. Berlusconi decade per pulirci la coscienza, perché non riusciamo più a sostenere il nostro sguardo allo specchio. Un sciacquatina, e via.

Dal dizionario Treccani, tra le tante definizioni della parola, ecco la verità: progressiva diminuzione di prosperità, floridezza, forza, autorità e simili., in una persona (soprattutto con riguardo al valore artistico, morale o alle facoltà creative), in un popolo, in un’istituzione, in una civiltà, ecc.

Che decada dunque Berlusconi, a cui mai avremmo dovuto consentire vent’anni di dominio sulle nostre vite, sui nostri pensieri. Che decada, come è giusto che sia. Ma attenti a distinguere un cialtrone delinquente dai veri decadenti, noi. Già da un po’, già da tempo. E stentiamo ad accorgercene. Avanti il prossimo, sembriamo gridare. Ma i prossimi, siamo noi.

Quella volta che incontrai Pasolini

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Non è facile raccontare come nasce quest’intervista. Incontrare un autore come Pasolini, che ha segnato fortemente il pensiero del novecento italiano, e che ancora riesce a fornire chiavi di lettura per la società che ci circonda, rappresenta per me un momento di grande emozione e, perché no, soggezione.
L’appuntamento è alle nove. La sua casa di Monteverde, a Roma, sembra accoglierci ancor prima del suo proprietario. Quadri, libri, anche le sedie, raccontano di un’esistenza vorace e incredibilmente premonitrice. Raccontano di un pensiero complesso e affascinante, cui affidiamo molte delle nostre domande, anche sulla più stretta attualità.

Pier Paolo Pasolini, scrittore, regista, poeta, e molto altro. Potremmo considerarla un artista in perenne contestazione con la società e la politica?
P.P.P. Direi che un autore, quando è disinteressato e appassionato, è sempre una contestazione vivente. Appena apre bocca contesta qualcosa al conformismo, a ciò che è ufficiale, a ciò che è statale, nazionale. A ciò che insomma va bene per tutti. Quindi non appena apra bocca un artista è per forza impegnato, perché il suo aprire bocca è scandaloso, sempre.

Per quale motivo allora oggi non è più un militante politico?
P.P.P. Lo sono più che mai. Non sono mai stato iscritto ad un partito politico, mi sento un indipendente di sinistra ma continuo a militare più che mai.

Ha ancora senso per lei, scrivere, da questo punto di vista?
P.P.P.
 Mah senso nessuno… Mi sembra una cosa completamente priva di senso. Io continuo ad essere scrittore per forza di inerzia, per abitudine. Ho scritto per tutta l’infanzia, tutta l’adolescenza, ed eccomi qui a scrivere ancora, quindi l’unico senso possibile è un senso esistenzialistico, cioè l’abitudine a esprimersi.

E quali sono i suoi limiti nell’espressione scritta? Se ne individua qualcuno…
P.P.P.  I limiti sono quelli linguistici. Cioè io come scrittore italiano sono molto limitato. Preferirei essere uno scrittore in lingua Swahili… che è la dodicesima lingua del mondo.

E lo scopo della sua scrittura qual’è?
P.P.P. Direi che ci son due categorie di scopi. La prima attiene all’assoluto non senso di essere scrittore. Quelli che io chiamo scopi edonistici, metastorici, metafisici o se vuole assurdi, e si adempiono sotto il segno della Grazia. Nell’altra gerarchia di scopi, troviamo quelli che uno si pone come cittadino piuttosto che come scrittore, e qui rientrano i pesanti concetti di impegno, ecc. Tra le due categorie di scopi in questo momento sono molto incerto. Direi che si compenetrano.

Ecco, ha parlato di impegno. La sua militanza, di cui parlavamo un attimo fa, potremmo definirla dunque un segno positivo, o meglio propositivo…
P.P.P. Ma vede, quando un giovane, o un anziano molto aggiornato, accusando se stesso e gli altri, fino a ridursi alla disperazione e allo sciopero, dice che non c’è nulla da fare, che il sistema non può fatalmente non “mangiare” dice in realtà: io desidero essere mangiato, sparire.

Non sembra essere questo il suo caso. Ha ancora fame di rapporti sociali e di indagare i loro contesti?
P.P.P. Ma io sono direttamente interessato a quelli che sono i cambiamenti storici. Cioè tutte le sere, tutte le notti, la mia vita consiste nell’avere rapporti immediati con tutta questa gente che io vedo cambiare. E questo fa parte della mia vita intima, della mia vita privata e quotidiana.

Il Maestro si alza, si avvicina al balcone e scruta lontano qualcosa. Sembra amaro, e il suo pensiero mi appare in tutta la sua profonda solitudine. Parlare della sua vita privata forse lo turba, o forse lo infastidisce la rinuncia alla dialettica di molti suoi interlocutori. Spero di essere all’altezza.
Compie un giro veloce su se stesso, si dirige verso la poltrona ed è di nuovo lì, disponibile al dialogo.
Andiamo avanti.

Dunque Pasolini, non le saranno certamente sfuggiti gli ultimi avvenimenti. Che idea si è fatto della manifestazione cui hanno partecipato milioni di giovani in tutto il mondo? Qualcuno ha espresso incertezze sulle modalità d’espressione.
P.P.P. Beh ai giovani io sento di dire soprattutto una cosa semplicissima. Se volete essere davvero una nuova generazione di giovani, infinitamente più matura, dovete abituarvi anche a questa atrocità del dubbio, anche a questa sottigliezza sgradevole del dubbio. Dovete cominciare a dibattere veramente i problemi, ma veramente! Non formalmente. Invece si applaudono sempre dei luoghi comuni quando bisogna ragionare, non applaudire o disapprovare. Talvolta chi pretende la libertà, poi non sa cosa farsene.

Cosa pensa della violenza che a volte accompagna manifestazioni ed espressioni di dissenso? 
P.P.P. Ho già detto in passato, in altre occasioni simili a questa, quello che penso. Un Movimento Studentesco non può fare la guerra. La guerra la fanno gli eserciti, e gli eserciti sono un’istituzione… Del resto il Movimento Studentesco e la Resistenza, sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto.

Ma simili violenze possono essere il frutto di una società, e mi riferisco ora all’Italia, votata perennemente allo scandalo?
P.P.P  Anzitutto dobbiamo ricordare che l’opinione pubblica, come una belva, ha bisogno di essere tranquillizzata a proposito di fatti che essa non voglia odiare, mentre ha bisogno di essere aizzata a proposito di fatti che essa voglia odiare. Detto ciò degli italiani piccolo-borghesi si sentono tranquilli davanti a ogni forma di scandalo, se questo scandalo ha dietro una qualsiasi forma di opinione pubblica o di potere. Perché essi riconoscono subito, in tale scandalo, una possibilità di istituzionalizzazione e, con questa possibilità, essi fraternizzano.

Siamo davvero messi così male nell’Italia dei Berlusconi e dei Bersani, dei Bossi e degli Scilipoti?
P.P.P. Faccia un po’ lei… L’Italia, e non solo l’Italia del Palazzo e del potere, è un paese ridicolo e sinistro. I suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: contaminazioni tra Molière e il Gran Guignol. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica, sono due cose inconciliabili oggi in Italia.
Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla, ad esempio, il Ferragosto. Erano l’immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di “raptus”: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti.

Questo però appare come un trionfo della Borghesia che tanto osteggia…
P.P.P. Si, purtroppo si. La borghesia sta trionfando in quanto la civiltà neocapitalistica è la vera rivoluzione della borghesia. La civiltà dei consumi è questa rivoluzione. Non vedo altra alternativa, perché anche nel vecchio mondo sovietico la caratteristica dell’uomo non era tanto quella di vivere e di aver fatto la rivoluzione ecc., ma quella di essere un consumista. La rivoluzione industriale, in un certo senso, livella tutto il mondo.

In che senso scusi?
P.P.P. Beh vede quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente ad ottenere, il potere di oggi, che è il potere della civiltà dei consumi, riesce ad ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari. E questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che non ce ne siamo resi conto. E’ stata una specie di incubo in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi e sparire.

Essere consumista diceva. Spesso si passa dall’altra parte divenendo noi stessi oggetto di consumo. E’ quello che accade con la Televisione ad esempio?
P.P.P. Personalmente non considero nulla di più feroce della banalissima televisione! La televisione è un medium di massa, e in quanto tale non può che mercificarci e alienarci. Inevitabilmente, nel momento in cui qualcuno ci ascolta nel video, ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico.

Non è proprio possibile un rapporto “alla pari”?
P.P.P.  Ma teoricamente si. Alcuni spettatori che culturalmente o per privilegio sociale ci sono pari possono prendere le nostre parole e rielaborarle. Ma in genere le parole che cadono dal video cadono sempre dall’alto, anche le più democratiche, anche le più vere, le più sincere.

Lei è persona di grandissimo spessore umano e intellettuale. Si sente oggi solo Pier Paolo Pasolini?
P.P.P.
 Forse si. E lo accetto. Ma ricordi che bisogna essere forti per amare la solitudine. Del resto lei è napoletano e dovrebbe saperlo. Vede i napoletani in un certo senso vivono della propria solitudine. Finché i napoletani ci saranno, ci saranno. Quando non ci saranno più, saranno altri. I napoletani hanno deciso di estinguersi, restando fino all’ultimo napoletani, cioè irripetibili, irriducibili ed incorruttibili.

E’ proprio finita allora Maestro? Anche lei sembra uscire sconfitto dallo scontro con questa società.
P.P.P. Ma il successo non è niente, è l’altra faccia della persecuzione. E poi il successo è sempre una cosa brutta per un uomo. Inoltre io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati.
Grave colpa da parte mia, lo so! Ed il bello è che ho anche la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù.

Il nostro tempo è già scaduto.
Mezz’ora di ineguagliabile ricchezza, di cui conserverò l’assurda sensazione di un invito al pensiero, sempre e comunque.
Pasolini si esprime in maniera amara su molti dei temi trattati, eppure sono pronto a giurare che il messaggio positivo c’è.
Ragionare, dibattere, indagare, pensare sono gli imperativi da perseguire instancabilmente.
Ci chiede di pubblicare solo il testo dell’intervista, proprio in virtù di quel rapporto diretto con l’interlocutore-lettore che intende instaurare.

Ma molti di questi concetti, li potete ritrovare anche in tantissimi suoi testi, da Ragazzi di Vita a Petrolio, nei suoi film e anche in molti documenti video.
In particolare, riferimenti di queste dichiarazioni, sono riscontrabili nella preziosa intervista condotta da Enzo Biagi, in quella rilasciata da Pasolini ad un’emittente francese (l’ultima), e nel film documentario La Voce di Pasolini.
Ricchi di questi spunti sono ancora il libro Teorema, e Una vita violenta, oltre al documentario girato dallo stesso autore: Pasolini… e la forma della città.

Vi lascio con il messaggio che Eduardo De Filippo lascia in occasione di una immaginaria scomparsa di Pasolini.
Sono sicuro che Pasolini quel giorno ci abbia riso su. Del resto si sa, questo genere di scherzi allunga la vita.
E Pier Paolo Pasolini è ancora qui.

[Articolo rieditato con qualche modifica dal blog personale su fanpage.it]

Il partito moderno e la non rappresentazione democratica

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Non ho mai percepito, così chiaramente come in questi giorni, l’esatta cifra di una democrazia fondata sui partiti, come la nostra.
Il derby delle manette, come è stato definito, ha messo in luce il meccanismo perverso per cui il rappresentato subisce il rappresentante, e l’azione dei grandi apparati partitici, si riduce all’affannosa ricerca di un consenso che passi attraverso i propri interessi, per giungere poi all’elettorato sotto forma di sana democrazia.

Mi spiego meglio.
Con l’avvento dei partiti si è innescato un meccanismo circolare in cui la nostra società democratica si impantana in ciò che concretamente si traduce in una leadership democratica, nella definizione di Adorno. Il voto del singolo cittadino raggiunge un singolo politico, e poi si dissolve in un apparato più grande, quale è appunto quello dei partiti. A sua volta i partiti politici assumono a garante della volontà popolare un leader, che sappia tenere a bada le pulsioni esterne per tutelare le prerogative che il partito stesso si è posto, e lo fa, frequentemente, imponendo scelte che ricadono, a cascata, su tutto l’elettorato, sino ad annullare, di fatto, il potere decisionale del singolo individuo.

Ciò che stride con il valore della democrazia è proprio questo sempre più forte potere decisionale del leader, che in nome della stessa democrazia, la usurpa continuamente. Accettare che qualcuno la salvaguardi per noi, è allo stesso tempo la negazione di una partecipazione democratica. “Uno” che parla per “Tutti”,  è sì una necessità, ma anche l’inizio di quelli che furono totalitarismi inaspettati e tuttavia naturali, dove il Duce, o il Führer assumevano il ruolo di guida, in nome della massa. La negazione dell’individuo passava per la sua dissoluzione nella massa, dimenticando che anche questa è organo pensante.

La concezione della partecipazione popolare di Berlusconi, del resto, è molto più vicina ad una dittatura democratica che non ad un coinvolgimento dal basso della popolazione nelle scelte governative. E lo stesso potrebbe dirsi dell’idea di democrazia di quasi tutti i leaders di partito italiani, da D’Alema a Bossi. L’asservimento, necessario, del popolo, diviene strumento di prevaricazione, dove il potere decisionale è assunto forzatamente e con l’alibi della votazione pubblica, dimenticando che si è rappresentanti e non custodi, delle idee di singoli soggetti. Ed avviene, inoltre, con meccanismi propri della pubblicità, come lo stesso Adorno ci ricorda, dove il partito conosce il proprio target e ne asseconda le pulsioni a discapito della verità, non solo politica.

Ecco che allora diviene necessario riappropriarsi del senso dell’individuo. Ed oggi, per fortuna, con le nuove tecnologie, questo è assolutamente possibile. La partecipazione dal basso diviene così effettiva, e il rappresentante cessa di essere il detentore del potere, divenendo null’altro che un prestanome, in carne e ossa, che veicola proposte e volontà provenienti dall’elettorato. Diviene centrale allo stesso tempo il controllo, esercitato in massa ma singolarmente, sull’operato del rappresentate, controllo vincolante e spietato, in grado di raggiungere politici e partiti ovunque.
Tutto ciò sta già accadendo, e le ultime elezioni hanno tracciato questa linea, in fondo alla quale appare evidente come “uno” conti “uno”, e la somma dei cittadini sia la somma delle idee e non il pretesto per legittimarne una sola.

E’ bene sempre tenere in mente che l’accettazione passiva di un sistema democratico, equivale all’assenza dello stesso.