La storia in bianco e nero di Etenesh

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Da quando la letteratura a fumetti ha iniziato a penetrare nella quotidianità di lettori sempre più distratti e frenetici, un passo avanti verso la riflessione è stato fatto. E ciò è avvenuto per la natura stessa del mezzo che, con le sue tavole immobili e i suoi testi spesso didascalici, consente di acciuffare un’immagine, fissa, e inseguirne i mille racconti che evoca.

Ci sono storie poi, che più di altre sembrano avere bisogno della gentilezza di una matita, della profondità di una sfumatura, più che della scrittura lineare, e sono quelle in cui ogni parola sembra superflua se non pronunciata sottovoce.

Una di queste, senza alcun dubbio, è quella di Etenesh. Una giovane donna etiope che, suo malgrado, incarna tutta la drammatica esperienza dell’emigrazione. Esperienza fatta di sangue, paura, speranza, orrori e che l’ha portata, in quasi due anni, da Addis Abeba sino alle coste di Lampedusa, passando per il Sudan, le polveri del Sahara e le violenze dei trafficanti di uomini in Libia.

Difficile immaginare un calvario simile, quasi impossibile anche solo provare a descriverlo, eppure un fumetto, un graphic novel, c’è riuscito. Etenesh, l’odissea di una migrante,  pubblicato da BeccoGiallo nel 2011, e opera del giovane autore Paolo Castaldi, è un fiume, in bianco e nero, di emozioni.

Un affresco di verità da cui emerge l’insostenibile peso della libertà, quando per conquistarla si è oltrepassato il limite di sopportazione che un essere umano sembrerebbe disposto ad accettare, e si è persa la speranza per poi ritrovarla, ma solo per un attimo, anche in un bicchiere d’acqua o in una voce gentile.

È nel buio pesto di alcune tavole del volume che sembra di ascoltare la voce della protagonista, intervistata in punta di piedi dall’autore prima della stesura del libro. Ed è in una profonda sensazione di colpevolezza, mista ad una tristezza tutta nostra, tutta occidentale, che si racchiude l’amarezza della realtà, per la quale un immigrato è solo un povero in più che ci contenderà uno spazio ed un lavoro.

Eppure nel graphic novel non c’è solo questo, solo la triste evidenza di una tragedia che si perpetua sotto i nostri occhi. Forse vi si può scorgere anche un invito a reagire, a riscattarci, e a prestare orecchio a chi pur senza chiederlo ha bisogno d’aiuto.

Affascinati dalla tecnica e dalla narrazione delicata di Paolo Castaldi, gli abbiamo chiesto perché c’era bisogno di registrare la storia di questa giovane donna etiope e come ha avuto origine l’idea di raccontare la drammatica avventura di Etenesh:

Tutto nasce dal fatto che vivo in una città come Milano.

Milano può essere vissuta in due modi ben distinti. E mantenerli separati risulta, ahimè, molto facile.

C’è la Milano dello shopping e degli aperitivi, delle serate e degli eventi culturali. Sicura e protetta dal mondo esterno. Insomma la Milano da “guida turistica”, che tra l’altro è bellissima.  E poi ce n’è una parallela e silenziosa, quella di chi arriva con una speranza, un sogno nel cassetto, alla ricerca di un futuro.

L’immigrazione è un elemento dominante (e per troppe persone anche ingombrante) di questa seconda Milano.

Io volevo semplicemente raccontare una storia che fosse da esempio, che facesse da cassa di risonanza a tutte le altre storie come quella di Etenesh. Perché nella Milano “per bene” c’è ancora la concezione che un immigrato sia un’entità ad un certo punto teletrasportata sul marciapiede di Via Torino, quasi per sbaglio.

Il dramma del viaggio è ancora a molti sconosciuto, eccezion fatta per la parte finale e più mediatica: la traversata del mediterraneo, che poi a ben vedere, riguarda solo una piccolissima percentuale di migranti in entrata verso il nostro paese.

In Plain Ink siamo convinti che un buon racconto, magari un fumetto, possa concretamente contribuire alla crescita e allo sviluppo sociale di una comunità, sei d’accordo?

Credo ormai sia un fatto appurato, e realtà come BeccoGiallo possono documentarlo e dimostrarlo. Io stesso ho avuto modo di presentare Etenesh in scuole e persino librerie per bambini e ragazzi con notevole successo.

Il fumetto è un mezzo di comunicazione davvero perfetto e incredibilmente sottovalutato, soprattutto per lo sviluppo sociale dei più giovani. Il fascino del disegno e delle immagini fa da traino, da “esca”, e il testo, essenziale e a volte davvero poetico (dipende poi da chi lo scrive!) dona profondità e immerge completamente il lettore nella storia.

I graphic novel si stanno iniziando a diffondere in maniera capillare nelle biblioteche, questo è un ottimo segnale, anche perché i prezzi dei libri sono spesso elevati e i più giovani possono aver difficoltà a spendere 15 euro per acquistare un fumetto.

 

Certo da autore di graphic novel, avrai forse avvertito qualche responsabilità in più proprio nei confronti dei più giovani…

Purtroppo o per fortuna, non penso mai a nessun fattore esterno quando scrivo.

Cerco sempre e solo di raccontare la storia nella maniera più sincera possibile, senza apporre filtri di nessun genere. Io sono il mio primo lettore e critico.

Conta solo la storia, il cuore e la sincerità quando si scrive. Sono tre elementi molto importanti, più importanti della tecnica.

Quindi non credo di avvertirla questa responsabilità. Ho la speranza, quello sì, che il mio libro possa accendere anche nei più giovani una scintilla, la curiosità di approfondire, di andare oltre. E’ una gratificazione molto importante sia per l’autore sia per l’editore.

EteneshBLOG

Volendo ampliare il ragionamento, a due anni dalla pubblicazione di Etenesh, quando ormai la crisi economica sembra assorbire ogni discorso e progetto politico del paese, credi ci sia ancora spazio per un dibattito serio e pacato sull’immigrazione? In fondo in campagna elettorale nessuno ha affrontato seriamente il tema.

In realtà non mi sorprende che nessuno l’abbia fatto, ma mi rattrista molto che alcuni argomenti molto molto importanti che riguardano la vita sociale di un paese siano scomparsi dalla campagna elettorale. E’ un chiaro segno dell’indifferenza verso il prossimo. Ci interessa solo sentire cosa ne sarà dei nostri soldi, delle nostre tasse, del nostro stipendio. In Italia si è perso totalmente il concetto di comunità.

Gli argomenti che fanno presa sul cittadino in campagna elettorale riguardano, se ci fate caso, solo l’individuo, non si parla mai di comunità. Quindi scompaiono dibattiti su ecologia, questione meridionale, lotta alle mafie e immigrazione. Credo inoltre che ci sia forte disillusione su questi temi, ormai considerati da molti cittadini come dei “mali” sistemici dell’Italia. Accettati e digeriti.

Il fenomeno migratorio inoltre è vissuto ancor peggio in questi anni di crisi economica. Quando si inizia a dividere la stessa stanza le cose peggiorano, se non c’è una cultura del dialogo alla base.

 

Moni Ovadia nella sua prefazione al libro dipinge una società, la nostra, incapace di riconoscere l’importanza di certe storie, accecata dall’egoismo. Eppure ci dev’essere una via d’uscita, o no?

Forse non c’è. Forse la società occidentale capirà l’importanza di queste storie quando si troverà anche essa a viverle da protagonista. Il sistema economico così come si è sviluppato nell’ultimo secolo è ormai insostenibile e fuori controllo.

Credo si andrà verso un radicale cambiamento sociale dell’occidente che potrebbe portare ad un netto cambio di stile di vita.
Ma io sono anche un sognatore e mi piace pensare che una via ci sia sempre. Una via che passi attraverso il bene verso gli altri, che passi attraverso la cultura, l’arte, la musica e perché no, anche attraverso i graphic novel. Lo so, sono un pazzo!

 

Tornando un attimo alla genesi del libro, sappiamo che hai incontrato Etenesh personalmente, e che dalle sue sofferte descrizioni sono poi scaturite le dettagliate ed espressive tavole del volume. Sei più riuscito a vederla dopo la pubblicazione, magari per regalarle la tua opera?

No. Per sua scelta, che io rispetto. Non ha nemmeno voluto vedere il libro.

E’ stata un’intervista difficile e sofferta. Molto toccante.

Difficile da spiegare adesso la sensazione di quel giorno…Ma capii subito che non avrebbe più voluto saperne niente del libro, una volta concluso.

Spero semplicemente che ora sia più tranquilla e un pochino più felice.

Un’ultima cosa. Abbiamo parlato dell’importanza dei racconti, e della capacità dei comics di interpretarli. Allora ti chiedo quale storia ti piacerebbe assolutamente tradurre in fumetto, soprattutto per la sua importanza o il suo valore pedagogico.

C’è ne sarebbero tante.

Sarebbe bello ad esempio raccontare una storia sulla Resistenza, non tanto per il suo valore storico e di conservazione della Memoria, comunque importantissimo, ma quanto per restituire alle nuove generazione “un’idea di ideale”. I più giovani devono sapere che c’è stato un tempo neanche poi così lontano, dove il diritto alla libertà lo potevi ottenere attraverso le tue azioni e non attraverso l’attesa di azioni altrui.

Sarebbe molto pedagogico.

E siamo sicuri che le tavole di Paolo Castaldi riuscirebbero a restituire anche in quel caso dignità alla parola libertà troppo spesso utilizzata in maniera inopportuna e che invece nasconde, al netto dei qualunquismi, storie vive come quella di Etenesh, dove anche anche dalle pagine disegnate di un graphic novel, possono trasudare lacrime.

 [articolo originariamente scritto per Plain Ink]

“Ciao Italia”… Auf Wiedersehen!

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Muro di Berlino – Immagine tratta da http://www.minimaetmoralia.it



Cogli il suo figlio in Germania,
la miniera, il carbone, a Natale verrà”

Era il 1976 quando Rino Gaetano, con la sua Cogli la mia rosa d’amore, ci donava immagini di un’Italia che se ne va, e di un Meridione (in quel caso) che chiedeva di essere ritratto fedelmente da un fotografo di cartoline…

Da allora non molte cose sono cambiate. Qualche ideale in meno, e  tassi di disoccupazione decisamente maggiori, hanno consegnato il nostro Paese ad un futuro dove la parola precarietà, in maniera paradossale, inizia ad assumere i contorni rassicuranti di un poco che è meglio del niente.
Ad oggi, gli under 40 che emigrano, sono circa 60 mila ogni anno, e il 70 per cento di questi è un laureato.
Meta da sempre appetibile, è la Germania, dove risiede la più grande comunità di italiani all’estero. Più di 600 mila persone.

Pochi giorni fa, proprio in Germania, a Berlino, è stato presentato il film documentario Ciao Italia presso il cinema Babylon di Mitte (quartiere della capitale tedesca), nell’ambito della rassegna CinemAperitivo, in cui vengono raccontate 6 storie di italiani, che per un motivo o per l’altro, ma sempre a malincuore, hanno lasciato il nostro Paese.

Dal Sud al Nord, da Napoli a Bolzano, sono italiani normali i protagonisti di questo viaggio, avventurieri del ventunesimo secolo, che partono non più per sopravvivere come cento anni fa, ma più semplicemente per vivere, consapevoli di un mondo (almeno il nostro) in cui piegarsi alle regole mai scritte di una nazione come l’Italia, può anche voler dire rinunciare ad una parte di sé stessi. Frammenti poi probabilmente destinati ad allontanarsi anche per chi sceglie di partire.

Barbara Bernardi e Fausto Cavigli, i registi, hanno un grande pregio. Quello di ascoltare. E lo fanno per tutta la durata del documentario. Non cercano tesi ad effetto, non pretendono di fornire una risposta ma registrano, al netto di facili sensazionalismi, le emozioni e le speranze di questi neo berlinesi d’adozione.

Come nel caso di un altro docufilm di grande impatto, Italy: Love it or Leave it , è impossibile non lasciarsi sfiorare da una buona dose di malinconia. Ma è altrettanto necessario assaporarla, questa malinconia, per far sì che una rabbia positiva e propositiva, possa impadronirsi di chi resta.

Difficile trovare una risposta per chi mi chiede se a ridosso dei trent’anni, e con una laurea in tasca conseguita con il massimo dei voti, sia il caso di lasciare questo Paese, per non subire l’asfissiante frustrazione cui ci stiamo abituando. Difficile perché una risposta non ce l’ho neanche per me.
Quel che so è che dapprima ci hanno raccontato che senza studio non saremmo andati da nessuna parte, poi che avremmo dovuto ottenere anche una specializzazione perché il mercato del lavoro lo esigeva. Quello stesso mercato che ci hanno detto essere ormai dinamico, e quindi precario, e che questa dinamicità sarebbe stata la nostra forza.

Ora, che un lavoro precario è diventato un punto d’arrivo per molti miei coetanei, ho capito che l’errore è stato, ed è ancora, ascoltare manipoli di politici ed esperti che ci indicavano la strada. Senza spiegarci che quella stessa strada ci avrebbe portati fuori… dal mercato, dalla società, dall’Italia.

Dunque, nell’attesa di poter acquistare Ciao Italia, magari online, gustiamola questa rabbia. Perché restare (così come partire) deve essere una scelta e un diritto, non un obbligo né un atto di coraggio. Semplicemente una possibilità.
Auf Wiedersehen!

[Articolo originariamente scritto per fanpage.it]