Bilbolbul, il fumetto italiano nell’epoca coloniale

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festival-fumetto-bologna_650x447Se proprio si vuol giocare a riavvolgere il lungo nastro della storia del fumetto italiano allora bisogna necessariamente partire dal principio del secolo scorso, quando l’Italia era ancora monarchica, le tragedie fasciste erano sì un puntino riconoscibile, ma ancora lontano all’orizzonte e un terribile terremoto stava per sconvolgere Messina e Reggio Calabria.

Era il 1908 quando vide la luce il celebre Corriere dei Piccoli, che avrebbe accompagnato sogni e fantasie dei bambini per circa un secolo. E su questa piccola ma strepitosa pubblicazione capace di accogliere tra le sue firme i migliori autori del fumetto, fece la sua comparsa un personaggio buffo, con la testa perennemente tra le nuvole e metafora vivente di sé stesso. Il suo nome era Bilbolbul, e il suo disegnatore si chiamava Attilio Mussino, divenuto poi famoso, tre anni più tardi, per aver illustrato l’edizione del 1911 delle Avventure di Pinocchio.

Bilbolbul è un bambino nero che vive nell’Africa coloniale rappresentata con tutti gli stereotipi negativi del momento: primitiva, ingenua e… da conquistare. Ma muovendosi in un mondo immaginario con avventure sempre al limite del reale, ha il pregio di riuscire a separarsi dalla visione retrograda che gli impone la cultura colonialista. La oltrepassa continuamente e infischiandosi del contesto in cui è relegato si abbandona a situazioni paradossali ed incredibili.

La caratteristica principale di questo divertente ragazzino, è che incarna in maniera letterale qualsiasi metafora venga proposta dalle didascalie (non ci sono ancora le nuvolette nei fumetti).

Se Bilbolbul “tocca il cielo con un dito” per la felicità, allora la sua mano si allungherà sino ai confini dell’atmosfera; se “mette le ali ai piedi” e scappa via, si trasformerà in un piccolo Mercurio. Allo stesso modo “farsi in quattro” per gli altri, vorrà dire dividersi in altrettanti pezzettini, che la madre o i parenti, ricomporranno poi con pazienza in più di un’occasione.

Bilbolbul è più di un personaggio dei fumetti, è un simbolo del potere della fantasia, sopra tutto e tutti, anche in un’epoca storica rigida come quella coloniale. Il razzismo di cui è impregnata questa cultura, grazie alle sue avventure sembra farsi da parte o almeno prendersi una pausa, e offrire sprazzi di puro divertimento a colpi di matita e immaginazione.

Il gran merito della riuscita del personaggio è senza dubbio di Attilio Mussino, che oltre alla sua abilità di fumettista, abbina la sua esperienza di pittore alla tecnica. Le tavole che rappresentano Bilbolbul hanno infatti il pregio di elevarsi dalla quotidianità e consegnarsi alla storia del genere, proprio come accade con degli eccellenti quadri.

Il fatto di essere considerato il padre dei fumetti italiani e il valore dell’impatto sociale delle avventure di Bilbolbul, hanno portato uno dei più importanti festival di fumetto d’autore ad assumere il suo nome. Ogni anno, dal 2007, Bologna celebra infatti il Festival Internazionale del Fumetto – Bilbolbul. Un modo eccellente di tenere viva la memoria di un personaggio storico, certo, dal punto di vista anagrafico, ma soprattutto in grado di raccontare i segni di un’epoca che oggi, dopo oltre cento anni, è bene non dimenticare.

[Articolo scritto per Plain Ink]

Il samba a fumetti di un artista italiano.

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angelo agostiniQuando Angelo Agostini, italiano di Vercelli, lascia Parigi per trasferirsi in Brasile, nella sua valigia porta con sé soprattutto un enorme carico di fantasia e una spiccata vena artistica. Segue la mamma, cantante lirica, e sogna un futuro da fumettista, anche se il fumetto, come lo conosciamo oggi, ancora non esiste. È il 1859, e Angelo Agostini ha sedici anni. Di lì a poco segnerà la storia del fumetto brasiliano.

Ha stile preciso sin dalle origini, e una tendenza innata a rappresentare con fermezza i tratti dei suoi personaggi, al punto che ancora oggi le sue tavole raccontano nel dettaglio le abitudini e i gusti dell’epoca imperiale e post imperiale brasiliana. Gli anni in cui opera, sono quelli in cui l’ombra della schiavitù è ancora lunga sulle sterminate terre del Brasile, e pur giovanissimo, non resta indifferente a questo tema. Nei suoi fumetti, sin dal principio, sono infatti presenti riferimenti alla schiavitù e all’abolizionismo che diventa un tratto dominante in molte avventure dei suoi personaggi, dove l’idea del progresso sociale fa spesso da sfondo alle vicende. Del resto già nella prima pubblicazione, curata a soli ventuno anni, Diabo Coxo, molti dei testi che accompagnano i disegni sono opera del grande poeta abolizionista Luis Gama.

Per un artista che è abituato ad essere oltre che vignettista, anche pittore, reporter, critico e fotografo, le proposte di lavoro non mancano, neppure a migliaia di chilometri da casa. Così, dopo qualche incertezza iniziale e molto sudore, arriva il primo successo professionale. Il 1869 è l’anno della svolta, e più precisamente il 30 gennaio, quando sulla rivista per cui lavora, Vida Fluminense, vede la luce la storia As Aventuras de Nhô Quim (Le avventure di Nhô Quim), che lo farà passare alla storia come il padre del fumetto brasiliano, e uno dei precursori a livello mondiale di questo genere. Si tratta della storia di un ragazzo di campagna, costretto a confrontarsi con l’enormità delle grandi città, attraverso vicende grottesche e avventurose. Agostini ad ogni numero lascia intendere che la storia continuerà sulla pubblicazione successiva e dà così vita a quello che potremmo considerare il primo romanzo grafico della storia.

La sua vita, in Brasile, si svolge a ritmi frenetici. Da Sao Paulo a Rio de Janeiro collabora con diverse testate, con pubblicazioni su pubblicazioni (alla fine saranno circa tremila tra riviste e giornali) che gli garantiscono popolarità e una vita abbastanza agiata.

Per la sua sfera privata, proprio Rio de Janeiro, costituisce un punto di non ritorno. Già sposato, inizia infatti una relazione con una sua giovane allieva, che nel 1888 dà alla luce una bambina. La relazione crea scandalo, e i due, o meglio tre, sono costretti a lasciare il paese e a rifugiarsi a Parigi, e questo non è un periodo per niente felice per Angelo Agostini. Nella capitale francese, nel 1890, a causa del secondo parto, la sua compagna perde la vita insieme al bimbo che porta in grembo.

Agostini torna allora in Brasile con la figlia e si rimette al lavoro, iniziando anche l’attività di editore. È indomito, instancabile e continua a creare storie, inventare personaggi e deliziare il pubblico con le sue avventure.

Morirà nel 1910 a Rio de Janeiro, al termine di una vita intensa e segnata felicemente dal tratto della sua matita. Il suo nome sarà per sempre legato alla storia del fumetto brasiliano, tanto che il 30 giugno di ogni anno, giorno dell’uscita de As Aventuras de Nhô Quim verrà dichiarato Giorno Nazionale del Fumetto, proprio in suo onore. In Italia, almeno per il momento, facciamo fatica a ricordare chi sia stato Angelo Agostini. Ma questa, si sa, è proprio tutta un’altra storia.

 

[Articolo scritto in sclusiva per Plainink.org]

L’associazione italiana che costruisce futuro: Plain Ink sfida Kabul

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Se mi chiedessero di spiegare, in una sola parola, quello che fa Plain Ink, non avrei dubbi. Costruisce. Che cosa? Futuro.

Selene Biffi, la sua fondatrice, sempre in primissima fila nei mille progetti dell’associazione, ha sempre avuto chiara una cosa: tra il dire e il fare, non c’è di mezzo proprio un bel niente, se non un mare di opportunità mosse da una forza di volontà ferrea. Selene è un’imprenditrice sociale sin da quando nel 2004, a 22 anni, ha fondato Youth Action for Change, un’associazione no profit online, in grado di fornire istruzione e opportunità anche ai più disagiati, raggiungendo più di cento paesi nel mondo. La sua ultima sfida, in ordine di tempo, è appunto Plain Ink.

Si parte da un presupposto: i giovani sono la risorsa più importante che abbiamo, e non importa se nascono in zone depresse del pianeta, se sono analfabeti, o non hanno accesso a nozioni essenziali di igiene o salute, hanno lo stesso diritto di tutti i ragazzi o bambini del mondo ad istruirsi; a costruire il proprio futuro. Plain Ink racconta storie che possano arrivare a tutti, e portare con sé informazioni cruciali per lo sviluppo sociale in condizioni difficili.Ciò che fa, è dare soluzioni per problemi locali, in punta di piedi, per non essere respinti. E sono già migliaia i bambini che in Italia, India ed Afghanistan hanno potuto leggere le storie create appositamente per loro dall’associazione, e che parlano di integrazione, norme igieniche, salute, comportamenti sociali, sviluppo, etc.

Qualche mese fa, all’associazione è stato consegnato uno dei premi più importanti a livello internazionale per la scienza ed il sociale: il Rolex Award 2012, per aver gettato ” le basi di progetti che porteranno miglioramenti all’ambiente e alle comunità locali”. Erano vent’anni che un italiano non conquistava questo premio, e oltretutto Selene Biffi è stata la prima donna del nostro paese a riuscirci.

Ora Selene è in Afghanistan. Era lì anche nell’ottobre 2009, lavorando per le Nazioni Unite alla creazione di un sussidiario per bambini, quando un attacco terroristico fece una strage a cui scampò per miracolo. Esperienza che la segnò, ma non la fece desistere, anzi.
Ora, dicevamo, è di uovo in Afghanistan, con Plain Ink, per curare l’ultimo progetto dell’associazione, messo su grazie ai soldi del Rolex Award e della Only The Brave Foundation di Renzo Rosso: The Qessa Academy, una scuola per diventare cantastorie presso la Fondazione per la Cultura e la Società Civile di Kabul, in un paese dove sette persone su dieci sono analfabete, e la disoccupazione è la normalità. L’obiettivo è dare ai giovani che partecipano alle lezioni un’istruzione che gli consenta di trovare un’occupazione, magari attraverso organizzazioni non governative, e di trasmettere così il sapere ad altri.


Servono fondi
, questo è certo, ma Selene, come sempre, resta fiduciosa. E lo è nonostante le bombe che troppo spesso le fanno compagnia, atrocemente, a Kabul. Gli ultimi mesi li ha passati imbiancando le pareti della scuola, trattando con il vice ministro dell’istruzione afghano, affiggendo manifesti per radunare potenziali studenti, viaggiando continuamente per accendere quante più luci possibili su un progetto che per ogni giorno che passa, costruisce un pezzo di futuro in più.


Dal sito web di Plain Ink è possibile partecipare, in tutte le forme possibili. Non ci sono scuse perché con il prezzo di una birra in un pub, 5 euro, è già possibile fare molto. Anche le imprese possono giocare un ruolo decisivo, legando il proprio nome alle attività dell’associazione. 

Dimenticavo. Personalmente sono leggermente in conflitto d’interessi offrendo, ogni tanto, un briciolo di tempo anche all’associazione per scrivere qualche post per il suo sito, oltre a curare un blog per Fanpage.it su cui ho pubblicato l’articolo, ma spero possiate perdonarmi, è un peccato veniale. E spero anzi ne approfittiate per chiedermi ulteriori informazioni su Plain Ink. Credetemi, ne vale davvero la pena.

…seguono aggiornamenti…

[Articolo scritto per Fanpage.it]

Il viaggio tra fumetti e Storia di H.G.Oesterheld, padre de l’Eternauta

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Se avesse potuto, Oesterheld avrebbe certamente raccontato attraverso i fumetti anche la sua vita. Ne avrebbe raccontato le passioni, lo stile artistico, il contesto sociale ed anche il rapimento, la detenzione e l’uccisione sua e delle sue 4 figlie. L’avrebbe fatto alla sua maniera, magari in una storia di fantascienza, magari proprio in una nuova avventura della sua opera più importante, l’Eternauta.

 

Héctor Germán Oesterheld nasce nella capitale argentina nel 1919. Sceneggiatore di fumetti per passione anche se studente di geologia, sin da giovane dà vita a personaggi fortemente caratterizzati. Non gli interessa l’eroe classico che gli impone il mercato (e gli editori) a stelle e strisce. Fosse per lui nei suoi fumetti troverebbero spazio gli argentini della porta accanto. Gli piacciono antieroi come ad esempio il suo Sargento Kirk, un ex soldato della guerra civile americana che dopo essere stato costretto a partecipare ad un massacro di indiani d’America, sceglie di disertare per difendere i nativi.

 

Nel 1957, proprio per sfuggire alle pretese degli editori, Oesterheld fonda l’ Editorial Frontera, che in soli quattro anni di vita presenta all’interno delle riviste Frontera e Hora Cero, storie dal grande seguito e personaggi come Ernie Pike, destinati alla celebrità. Ma l’intuizione che gli stravolge la vita è un romanzo di fantascienza a fumetti dal nome accattivante: El Eternauta, con i disegni affidati a un grande della matita, Francisco Solano López.

 

eternauta_escrita_hector_german_oesterheld_dibujos_francisco_solano_lopez-thumbLa storia, pubblicata con cadenza settimanale dal 4 settembre dello stesso anno (oggi decretato Día de la Historieta), si svolge tutta nella capitale argentina degli anni’50 (aspetto assolutamente inedito) e racconta di un’ invasione aliena preannunciata da una nevicata mortale. Per fronteggiarla l’umanità intera, attraverso Juan Salvo e i suoi amici, è chiamata alla cooperazione in un unico grande fronte di resistenza, dove anche la sicurezza dei propri cari non è più garantita (J.Salvo si ritrova a viaggiare nel tempo – eternauta – alla ricerca della moglie e della figlia).

 

L’opera segna un punto di non ritorno per l’autore e sin dalla prima edizione c’è chi si dice sicuro di leggere tra le righe della serie una lucida profezia, con una critica feroce ai regimi che di li a poco si sarebbero affacciati sul paese. Gli alieni che seminano terrore sembrano infatti sovrapporsi all’arroganz della dittatura militare. Quelli a ridosso al 1960 sono, in effetti, anni di continui capovolgimenti di governo in Argentina, con tentativi di golpe militare all’ordine del giorno e constituiscono anche il momento in cui Oesterheld matura una coscienza politica pericolosa per la sua vita, arricchendo la produzione artistica di continui riferimenti sociali,

come quando nel ’68 firma una biografia dedicata a Che Guevara e poi dopo due anni scrive una storia di fantascienza in chiave antimperialista: La Guerra de los Antartes, in cui gli invasori alieni sono ora, senza più alcun dubbio, chiaramente assimilabili alla dittatura dell’esercito.

 

Spettatore di lusso di una situazione che precipita, Oesterheld decide di andare ancora più a fondo nella lotta politica. Aderisce così al gruppo ribelle dei Montoneros, una corrente dei peronisti di sinistra che cerca di contrastare in ogni modo l’avanzata dela Giunta militare, e oltre a lui entrano a far parte del movimento anche le sue quattro figlie. In questo clima di pericolo che si crea intorno alla sua persona e alla sua famiglia, l’autore argentino continua però a produrre testi per fumetti e nel 1975 lavora ad una seconda parte

dell’ Eternauta, molto più politicizzata e assolutamente critica verso il regime. Ma le condizioni non sono più quelle di vent’anni prima e ora Oesterheld rischia davvero la vita. La dittatura militare è più aggressiva che mai, e i desaparecidos, le persone rapite e poi uccise al riparo dagli occhi del mondo, e di cui si perde ogni traccia, sono ormai una realtà.

 

Tra il 1976 e il 1977 tutte le figlie di Oesterheld (una incinta di sei mesi) e due generi vengono sequestrati e uccisi dai militari. Nella primavera del 1977 anche Héctor viene rapito e condotto nei terribili campi di detenzione utilizzati dal governo. Da allora, di lui non si saprà più niente. Verrà ucciso, con ogni probabilità circa un anno dopo, e il suo corpo, al pari di altre decine di migliaia, mai più ritrovato.

 

[Articolo scritto in esclusiva per Plain Ink]

 

La storia in bianco e nero di Etenesh

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Da quando la letteratura a fumetti ha iniziato a penetrare nella quotidianità di lettori sempre più distratti e frenetici, un passo avanti verso la riflessione è stato fatto. E ciò è avvenuto per la natura stessa del mezzo che, con le sue tavole immobili e i suoi testi spesso didascalici, consente di acciuffare un’immagine, fissa, e inseguirne i mille racconti che evoca.

Ci sono storie poi, che più di altre sembrano avere bisogno della gentilezza di una matita, della profondità di una sfumatura, più che della scrittura lineare, e sono quelle in cui ogni parola sembra superflua se non pronunciata sottovoce.

Una di queste, senza alcun dubbio, è quella di Etenesh. Una giovane donna etiope che, suo malgrado, incarna tutta la drammatica esperienza dell’emigrazione. Esperienza fatta di sangue, paura, speranza, orrori e che l’ha portata, in quasi due anni, da Addis Abeba sino alle coste di Lampedusa, passando per il Sudan, le polveri del Sahara e le violenze dei trafficanti di uomini in Libia.

Difficile immaginare un calvario simile, quasi impossibile anche solo provare a descriverlo, eppure un fumetto, un graphic novel, c’è riuscito. Etenesh, l’odissea di una migrante,  pubblicato da BeccoGiallo nel 2011, e opera del giovane autore Paolo Castaldi, è un fiume, in bianco e nero, di emozioni.

Un affresco di verità da cui emerge l’insostenibile peso della libertà, quando per conquistarla si è oltrepassato il limite di sopportazione che un essere umano sembrerebbe disposto ad accettare, e si è persa la speranza per poi ritrovarla, ma solo per un attimo, anche in un bicchiere d’acqua o in una voce gentile.

È nel buio pesto di alcune tavole del volume che sembra di ascoltare la voce della protagonista, intervistata in punta di piedi dall’autore prima della stesura del libro. Ed è in una profonda sensazione di colpevolezza, mista ad una tristezza tutta nostra, tutta occidentale, che si racchiude l’amarezza della realtà, per la quale un immigrato è solo un povero in più che ci contenderà uno spazio ed un lavoro.

Eppure nel graphic novel non c’è solo questo, solo la triste evidenza di una tragedia che si perpetua sotto i nostri occhi. Forse vi si può scorgere anche un invito a reagire, a riscattarci, e a prestare orecchio a chi pur senza chiederlo ha bisogno d’aiuto.

Affascinati dalla tecnica e dalla narrazione delicata di Paolo Castaldi, gli abbiamo chiesto perché c’era bisogno di registrare la storia di questa giovane donna etiope e come ha avuto origine l’idea di raccontare la drammatica avventura di Etenesh:

Tutto nasce dal fatto che vivo in una città come Milano.

Milano può essere vissuta in due modi ben distinti. E mantenerli separati risulta, ahimè, molto facile.

C’è la Milano dello shopping e degli aperitivi, delle serate e degli eventi culturali. Sicura e protetta dal mondo esterno. Insomma la Milano da “guida turistica”, che tra l’altro è bellissima.  E poi ce n’è una parallela e silenziosa, quella di chi arriva con una speranza, un sogno nel cassetto, alla ricerca di un futuro.

L’immigrazione è un elemento dominante (e per troppe persone anche ingombrante) di questa seconda Milano.

Io volevo semplicemente raccontare una storia che fosse da esempio, che facesse da cassa di risonanza a tutte le altre storie come quella di Etenesh. Perché nella Milano “per bene” c’è ancora la concezione che un immigrato sia un’entità ad un certo punto teletrasportata sul marciapiede di Via Torino, quasi per sbaglio.

Il dramma del viaggio è ancora a molti sconosciuto, eccezion fatta per la parte finale e più mediatica: la traversata del mediterraneo, che poi a ben vedere, riguarda solo una piccolissima percentuale di migranti in entrata verso il nostro paese.

In Plain Ink siamo convinti che un buon racconto, magari un fumetto, possa concretamente contribuire alla crescita e allo sviluppo sociale di una comunità, sei d’accordo?

Credo ormai sia un fatto appurato, e realtà come BeccoGiallo possono documentarlo e dimostrarlo. Io stesso ho avuto modo di presentare Etenesh in scuole e persino librerie per bambini e ragazzi con notevole successo.

Il fumetto è un mezzo di comunicazione davvero perfetto e incredibilmente sottovalutato, soprattutto per lo sviluppo sociale dei più giovani. Il fascino del disegno e delle immagini fa da traino, da “esca”, e il testo, essenziale e a volte davvero poetico (dipende poi da chi lo scrive!) dona profondità e immerge completamente il lettore nella storia.

I graphic novel si stanno iniziando a diffondere in maniera capillare nelle biblioteche, questo è un ottimo segnale, anche perché i prezzi dei libri sono spesso elevati e i più giovani possono aver difficoltà a spendere 15 euro per acquistare un fumetto.

 

Certo da autore di graphic novel, avrai forse avvertito qualche responsabilità in più proprio nei confronti dei più giovani…

Purtroppo o per fortuna, non penso mai a nessun fattore esterno quando scrivo.

Cerco sempre e solo di raccontare la storia nella maniera più sincera possibile, senza apporre filtri di nessun genere. Io sono il mio primo lettore e critico.

Conta solo la storia, il cuore e la sincerità quando si scrive. Sono tre elementi molto importanti, più importanti della tecnica.

Quindi non credo di avvertirla questa responsabilità. Ho la speranza, quello sì, che il mio libro possa accendere anche nei più giovani una scintilla, la curiosità di approfondire, di andare oltre. E’ una gratificazione molto importante sia per l’autore sia per l’editore.

EteneshBLOG

Volendo ampliare il ragionamento, a due anni dalla pubblicazione di Etenesh, quando ormai la crisi economica sembra assorbire ogni discorso e progetto politico del paese, credi ci sia ancora spazio per un dibattito serio e pacato sull’immigrazione? In fondo in campagna elettorale nessuno ha affrontato seriamente il tema.

In realtà non mi sorprende che nessuno l’abbia fatto, ma mi rattrista molto che alcuni argomenti molto molto importanti che riguardano la vita sociale di un paese siano scomparsi dalla campagna elettorale. E’ un chiaro segno dell’indifferenza verso il prossimo. Ci interessa solo sentire cosa ne sarà dei nostri soldi, delle nostre tasse, del nostro stipendio. In Italia si è perso totalmente il concetto di comunità.

Gli argomenti che fanno presa sul cittadino in campagna elettorale riguardano, se ci fate caso, solo l’individuo, non si parla mai di comunità. Quindi scompaiono dibattiti su ecologia, questione meridionale, lotta alle mafie e immigrazione. Credo inoltre che ci sia forte disillusione su questi temi, ormai considerati da molti cittadini come dei “mali” sistemici dell’Italia. Accettati e digeriti.

Il fenomeno migratorio inoltre è vissuto ancor peggio in questi anni di crisi economica. Quando si inizia a dividere la stessa stanza le cose peggiorano, se non c’è una cultura del dialogo alla base.

 

Moni Ovadia nella sua prefazione al libro dipinge una società, la nostra, incapace di riconoscere l’importanza di certe storie, accecata dall’egoismo. Eppure ci dev’essere una via d’uscita, o no?

Forse non c’è. Forse la società occidentale capirà l’importanza di queste storie quando si troverà anche essa a viverle da protagonista. Il sistema economico così come si è sviluppato nell’ultimo secolo è ormai insostenibile e fuori controllo.

Credo si andrà verso un radicale cambiamento sociale dell’occidente che potrebbe portare ad un netto cambio di stile di vita.
Ma io sono anche un sognatore e mi piace pensare che una via ci sia sempre. Una via che passi attraverso il bene verso gli altri, che passi attraverso la cultura, l’arte, la musica e perché no, anche attraverso i graphic novel. Lo so, sono un pazzo!

 

Tornando un attimo alla genesi del libro, sappiamo che hai incontrato Etenesh personalmente, e che dalle sue sofferte descrizioni sono poi scaturite le dettagliate ed espressive tavole del volume. Sei più riuscito a vederla dopo la pubblicazione, magari per regalarle la tua opera?

No. Per sua scelta, che io rispetto. Non ha nemmeno voluto vedere il libro.

E’ stata un’intervista difficile e sofferta. Molto toccante.

Difficile da spiegare adesso la sensazione di quel giorno…Ma capii subito che non avrebbe più voluto saperne niente del libro, una volta concluso.

Spero semplicemente che ora sia più tranquilla e un pochino più felice.

Un’ultima cosa. Abbiamo parlato dell’importanza dei racconti, e della capacità dei comics di interpretarli. Allora ti chiedo quale storia ti piacerebbe assolutamente tradurre in fumetto, soprattutto per la sua importanza o il suo valore pedagogico.

C’è ne sarebbero tante.

Sarebbe bello ad esempio raccontare una storia sulla Resistenza, non tanto per il suo valore storico e di conservazione della Memoria, comunque importantissimo, ma quanto per restituire alle nuove generazione “un’idea di ideale”. I più giovani devono sapere che c’è stato un tempo neanche poi così lontano, dove il diritto alla libertà lo potevi ottenere attraverso le tue azioni e non attraverso l’attesa di azioni altrui.

Sarebbe molto pedagogico.

E siamo sicuri che le tavole di Paolo Castaldi riuscirebbero a restituire anche in quel caso dignità alla parola libertà troppo spesso utilizzata in maniera inopportuna e che invece nasconde, al netto dei qualunquismi, storie vive come quella di Etenesh, dove anche anche dalle pagine disegnate di un graphic novel, possono trasudare lacrime.

 [articolo originariamente scritto per Plain Ink]

Quel piccolo monello tra gli immigrati di fine 800: Yellow Kid

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Riuscite a immaginare un bambino dai tratti grotteschi, calvo, sporco e con le orecchie a sventola, che scorrazza beffardo nella New York di fine ottocento? Bene. Ora provate a pensare a questo monello come allo stereotipo che incarna le difficoltà derivanti dalla massiccia immigrazione dell’epoca, ed ecco che avrete il personaggio di cui vogliamo parlarvi: Michey Dugan, passato alla storia come Yellow Kid, il papà di tutti i fumetti.

Questo piccolo ragazzino che indossa un camicione giallo, da cui il soprannome, vede la luce nel lontano 1895 grazie alla matita e alla fantasia di Richard Outcault, che ne disegna le storie per il New York World di Pulitzer.

Il mondo in cui si muove, è un mondo caotico, distratto, in cui gli ultimi della scala sociale, spesso bambini, restano ultimi, e l’unica arma per scuotere le coscienze sembra essere un potente sarcasmo.

I monelli che, nei disegni di Outcault, affollano sino all’inverosimile le strade di Hagan’s Halley, appaiono sempre come una miriade di piccole esistenze disagiate. Immigrati di ogni colore e cultura che, pur facendosi gioco dei malcapitati di turno, raccontano di un processo di inserimento ancora da costruire.

Già dal primo episodio della serie, At the Circus in Hogan’s Alley, si può percepire lo spirito di critica sociale di questo comic.
In un sobborgo di New York vediamo, infatti, un gruppo di ragazzini che in gran confusione prova a metter su uno spettacolo. Sembrano tutti divertirsi, indaffarati come sono, ma ciò che colpisce l’osservatore è quello che a loro manca. Cioè un’educazione, dei genitori attenti e premurosi e un’igiene sufficiente.

Questi bambini, veri protagonisti di ogni episodio della serie, non hanno nemmeno una corretta istruzione, e lo si comprende dalle frasi sgrammaticate che riempiono le vignette e il vestito del piccolo Dugan, dandogli voce. Eppure dai loro occhi traspare sempre un’ingenuità di fondo che li assolve da tutte le piccole birichinate che commettono.

Ed è forse proprio grazie a questa caratteristica, che le storie di Yellow Kid ben presto si diffondono a macchia d’olio.
Infatti, anche se inizialmente viene creato più che altro per far sorridere il lettore, Yellow Kid diventa in poco tempo molto più di un fumetto.
Gli immigrati iniziano a guardare a lui come a un portavoce di diritti e rivendicazioni. Gli si avvicinano, e poco a poco, grazie al linguaggio semplice e diretto di queste strisce, prendono contatto anche con i giornali che le ospitano.

E così in pochi mesi il bambino in camice giallo è ovunque, diventando un vero e proprio marchio da commercializzare. Diviene tanto popolare da suscitare addirittura una disputa tra il NY World e il NY Journal ma con esso cresce, inevitabilmente, anche l’attenzione dedicata ai problemi delle periferie sociali e degli immigrati.

L’esperienza editoriale di Yellow Kid dura solo quattro anni, ma il solco tracciato è enorme.
Per la prima volta l’informazione su larga scala escogita nuovi sistemi di comunicazione, e arriva sino a chi, a causa della barriera linguistica, da questa informazione era escluso. E ciò accade con un fumetto, che si ritrova inconsapevolmente al servizio della collettività, essendo in grado di indicare un settore debole della società su cui focalizzare l’attenzione.

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Non sappiamo cosa il piccolo Yellow Kid possa essere diventato da adulto. È sempre un insanabile birichino? Sbeffeggia ancora a colpi di sarcasmo la società americana?
Non ci è dato saperlo. Ma molto probabilmente l’impronta che ha lasciato, oltre a renderlo il padre del fumetto moderno grazie ai baloons, che qui saranno introdotti per la prima volta, lo ha reso anche progenitore di una maniera di creare sviluppo e informazione tuttora ammirevole.

[Articolo originariamente scritto per Plain Ink]

Una Santa ragione

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Sara è molto tempo che sogna una famiglia completa. Di quelle con i figli intendo.
È passata attraverso esperienze sentimentali diverse tra loro, alcune traumatiche, altre noiose.

Ma finalmente anche a lei è toccato l’uomo che le garantisce ciò che chiede: vicinanza, partecipazione, amore.

È un giorno caldo, di quelli sul finire di Luglio, quando arriva la notizia che, ormai, i due già conoscevano.
Lui è sterile, ed in maniera assoluta. Contando sulle loro sole forze, non potranno mai avere un figlio.
Non c’è molto da pensarci su quando la vita corre più veloce di te… In genere è l’istinto a prevalere.

La Chiesa vieta qualsiasi tipo di procreazione assistita, figurarsi quella eterologa, dove la coppia si affida ad un terzo soggetto in grado di sostituire la persona sterile.
Eterologa dicevamo, ossia quando interviene un soggetto esterno alla coppia. Molte volte mi sono soffermato a pensare sul significato di questo passaggio, e molte volte ho cercato di indagare le ragioni della Chiesa, la stessa che dapprima ha accolto Sara e suo marito, e che ora gli impedisce di coronare il sogno di cui vivono.

Ma ad usare la testa per quello cui sembra più adatta, e cioè il ragionamento, talvolta si incorre in scoperte, che sino ad un minuto prima apparivano inimmaginabili: Dio ha inventato la fecondazione eterologa, almeno così si legge nel Vangelo.
Pensate a Maria, la Madonna, fecondata all’insaputa di Giuseppe, povero lui, per opera dello Spirito Santo. Eccolo il terzo soggetto. Chi può respingere questa lettura degli eventi e che le cose siano andate così? E quanta differenza c’è con quello che i nostri due, ora sconvolti, vorrebbero fare?
Non appaia blasfemo il mio ragionamento, sarebbe l’ultima cosa che desidero. La mia cultura cattolica, oltretutto, me lo impedirebbe. Ma la realtà che ci travolge le coscienze, talvolta ed anzi spesso, non è altro che qualcosa di assolutamente preconfezionato, di sagacemente stabilito a priori, per non lasciare libere le individualità di agire secondo le proprie coscienze, nel rispetto, sia chiaro, del prossimo. E dunque qualche ragionamento più aspro e al limite, qualche volta è necessario

Una volta ho letto in un fumetto una frase attribuita a Dio:
“Un Dio che provasse la propria esistenza sarebbe un Dio inesistente o un falso Dio, un idolo. Dimostratemi! E cesserò di esistere”
E ancora:
“Se la mia esistenza arrivasse ad essere dimostrata scientificamente, potrebbe essere un giorno confutata come qualsiasi altra certezza scientifica”

Ad ogni modo Sara tutto questo lo sa.
Ha un sogno da inseguire, e nessun nemico da sconfiggere.
Sara il mese prossimo ha un biglietto per un volo già comprato. Per la Svizzera.