Ferro

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E’ un rumore intenso quello di una metropolitana. Ferro su ferro che stride e terrorizza, con l’angoscia di una linea, spesso gialla, a delineare il passo decisivo verso un luogo diverso, lontano. Raramente di un’altra dimensione, ma fortunatamente la maggior parte delle persone preferisce entrare in una carrozza e non finirci sotto…

Il non luogo per eccellenza, quello che Marc Augé definisce un posto in cui milioni di individui accostano le proprie vite senza tuttavia entrare in contatto tra loro, con l’unico pensiero dell’attesa. Che tuttavia, talvolta, sfocia in un’analisi di se stessi da seduta psicanalitica.

Mi siedo in un fresco sediolino della linea dieci di Madrid. Il colore che la contraddistingue è un blu cobalto che balza all’occhio. Tribunal, la mia fermata preferita, ed è lì che inizia una sorta di non-viaggio. Il miracolo si compie sotto gli occhi di tutti, eppure tutti siamo assorti in pensieri vaghi e filosofici pur di non considerare il fatto che la terra ci scorre sotto ma anche sopra, e il flash di luce che ci dona ogni stazione è solo un nome scritto su una parete sino a che non si riemerge alla superficie.
A volerlo fare ci si potrebbe restare dentro per ore, per un giorno intero forse. Son lunghi 293 kilometri di ferro su cui urlano le ruote metalliche del treno. La sesta al mondo per grandezza, la metropolitana di Madrid assorbe come poche in Europa.

Il tempo passa e la mia mente ha pensieri uguali e contrari a quella delle decine di persone che mi circondano. Ma ragiono su un fatto. L’attentato dell’11 marzo di Atocha, la stazione principale dei treni della città, ha un qualcosa di terribilmente vigliacco. Tutte le morti, per mano di altri sono orribili, ma colpirti mentre sei assorto, mentre sei quasi assente è una porcheria immane. Come colpire un uomo alle spalle, come soffocarlo nel sonno.
Così quel giovedì del 2004, ben 191 persone non ritrovano la coscienza, scendendo da quei treni, ma la perdono definitivamente, per sempre. Altre 2057 più fortunate, rivivranno quell’angoscia per tutta la vita.

Un non luogo, un treno, che nel giro di pochi secondi diviene un luogo simbolo di una intera nazione. Un monumento ricorda quelle esistenza, una presenza dove l’assenza era la condizione naturale.

Sento qualcosa…mi sveglio, ma non dormivo. E’ la voce metallica, nostra materna guida della modernità, che ci avvisa che il treno sta per giungere in Plaza de España. Solo una fermata.

La prossima volta vado a piedi.

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Così è (se vi pare)

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Byron Bay, Australia… Chi è mai stato a Byron Bay?

J. Pollock, Blue Poles, 1952

Probabilmente io non ci andrò mai, né ciò mi dispiace a dire il vero.

A volte basta davvero poco per avvertire un battito di vita..e la cartolina che ho qui davanti mentre vi scrivo, e di cui so assolutamente nulla, mi ha fornito un pretesto per compiere un piccolo viaggio, che dopo aver circumnavigato il globo terrestre si è fermato qui, davanti a voi, davanti a me, ad un passo dalla realtà eppure così concretamente percepibile, in queste prime righe di un’avventura personale e collettiva, di cui posso raccontarvi davvero poco…

Ciò che so, ciò che sappiamo, è che la prima cosa che faremo, una volta abbandonata questa primordiale pagina che ci accomuna, sarà cercare, non senza una morbosa quanto viziata curiosità, Byron Bay in un qualsiasi motore di ricerca.

Sarà solo una prova, un tentativo di stabilire un contatto ancora in divenire. L’inizio di un viaggio che da terre lontane ci porterà alla porta accanto, o forse ancora più vicino. Sicuri una volta per tutte di cosa abbiamo a cuore.

Non ho promesse da fare, ne tantomeno da mantenere…

Ho solo bisogno di un patto, forte, leale, duraturo. Un patto di SangueVivo.

Paolo Minucci