Democrazia

Standard

Madrid – 25 settembre – manifestanti si scontrano con la polizia

Democrazia è violenza?
È lottare, soffrire, picchiare e fuggire?

Quanti abusi su queste poche, fragili, sillabe. Quante appropriazioni ingiustificate le moderne società compiono in nome di un valore, politico, umano, che puntualmente viene svilito sin nelle sue più intime e meravigliose essenze.

Dov’è dunque la Democrazia e quando l’abbiamo smarrita?
Strattonata, offesa, ingannata, stuprata.

Ora è nelle grida di uno studente, ora, ancora, nel manganello di un poliziotto…
A tratti è un prodotto che esportiamo.. ben pagato sia chiaro.. con le nostre vigliacche guerre. E ancora lei, la Democrazia, usurpata e usata come scudo per compiere le più efferate e vili azioni della nostra specie.

È forse nei luoghi simbolo? In quei parlamenti intasati di corruzione ed egoismi. Moderni bordelli in cui un prezzo è ovunque e dove l’aria ristagna sino al vomito. Dove dovrebbe nascere e compiersi l’altissimo valore della rappresentanza. Dove invece è fango… e di questo fango si insudicia la città.

Hieronymus Bosch – I sette peccati capitali 1500-1525

Eccola allora la violenza. Rimedio estremo, comprensibile oltraggio, peccaminosa soluzione alla ricerca di un’immagine sognata, desiderata, inventata: Democrazia.

E Madrid si risveglia, il mondo si risveglia dopo un passo verso il passato, il ricorso alla violenza, per compierne uno verso il futuro, la Democrazia e la pace.
E siamo sempre lì…

La tela bianca e il valore dell’attesa

Standard

Eccola la realtà che da molto tempo inseguivo. Un’esposizione di Antonio López, artista spagnolo classe 1936, è un viaggio verso un realismo all’ennesima potenza, una riscoperta della sublime espressione che è in grado di esaltare ciascun essere umano.
Sono lì, al Thyssen Museum di Madrid, ed ecco che i suoi quadri sembrano avvicinare lo spettatore verso mondi di riflessione, tanto arditi quanto attuali. Un iperrealismo di sensazioni.

Le stagioni.
Antonio López è un pittore, oltre che scultore, dalla incredibile capacità di lettura dello spazio, che sia quello urbano o quello interiore di una vita familiare. Ed ha una grande dote, superiore a tutte le altre, quella di saper attendere.
Molti dei suoi già famosissimi quadri li ha costruiti in tempi lunghissimi, anche più di dieci anni quando necessario, per poi eventualmente modificarli ancora o lasciarli incompiuti in segno di umiltà.
Gran Vía, uno dei tanti omaggi a Madrid e sicuramente tra i più impressionanti, è uno di quelli in cui l’artista ha preso appuntamento con la vita, ogni anno, nello stesso identico luogo, nella stessa stagione dell’anno, negli stessi giorni, nella stessa ora, per sette lunghi anni, per cogliere quell’attimo irripetibile di luce sempre uguale e sempre fondamentale.
Sette anni per creare un capolavoro, è il valore dell’attesa, dei tempi giusti.
Ecco l’insegnamento dell’artista. Del resto la natura traccia la via con i suoi cicli, e agli uomini, quelli migliori, non resta che seguirne l’esempio.

Penso a Vivaldi, e non posso che considerarlo un iperrealista della musica. Con Le quattro stagioni tesse l’elogio dei ritmi della natura, ne amplifica i tratti e dona un suono per ciascuna goccia di pioggia d’inverno, ciascuna foglia d’estate scossa dal vento, e per le infinite meravigliose incertezze delle stagioni più miti.

Penso ancora alla saggezza dei contadini, da secoli artisti dei terreni incolti. Tavole su cui dipingere la vita che nasce dal suolo, sempre la stessa e mai uguale.
Il tempo scandito dalla natura ancora una volta, e sublimato poi nel raccolto dalla fatica. Mai un abuso, sui ritmi della natura commetterebbe un vero contadino, mai forzerebbe spazi e luoghi governati da una legge che richiede anzitutto l’attesa, e il momento propizio, per trarre il meglio da ogni seme.

Antonio López dicevamo. Ho scelto lui perché si tratta di un vero artista, e come tutti i veri artisti è anche politico, poiché legge, smonta e interpreta la realtà, che sia quella sociale o quella della natura.
Basterebbe questo parallelo per “dipingere” la nostra classe politica.
Se è vero quello che ho scritto, allora deve essere vero anche il contrario. Il politico ha il dovere di calarsi nei panni dell’artista, studiare gli elementi, la tela, il soggetto da interpretare ossia la società, e costruire il proprio capolavoro, senza fretta e nei tempi giusti.
Ogni dettaglio diventa cruciale e  ogni puntino della tela, ogni individuo, parte fondante dell’intera opera.

Purtroppo guardo intorno e son costretto a destarmi da questa utopia.
Un governo, e una classe politica che da vent’anni umiliano le nostre tonalità, tralasciando i tempi che cambiano, e proponendo arrogantemente le stesse cose, costituiscono un pittore che non ascolta i suoi colori, ciò che lo rendono tale. La cosa più importante.
Come suonare La primavera unicamente col trombone, come piantare un albero esotico nell’Europa del nord.

I cicli della natura, sono però immutabili, e l’essere fuori stagione non è tollerato a lungo, se non con risultati scadenti. La terra rigetta persino un seme che sia sempre lo stesso, tanto che è necessario ricorrere ad un’alternanza anche tra i prodotti da piantare in uno stesso posto.

Ho l’impressione che presto si sveglieranno anche loro, e scopriranno di aver dipinto persino sul loro futuro e sulla loro vita, un inguardabile ritratto di se stessi, un Dorian Gray del duemila.
La tela sarà da gettare, ma i colori esisteranno sempre, ovunque, e pronti a ricominciare.

[Articolo originariamente scritto per fanpage.it]

Ferro

Standard

E’ un rumore intenso quello di una metropolitana. Ferro su ferro che stride e terrorizza, con l’angoscia di una linea, spesso gialla, a delineare il passo decisivo verso un luogo diverso, lontano. Raramente di un’altra dimensione, ma fortunatamente la maggior parte delle persone preferisce entrare in una carrozza e non finirci sotto…

Il non luogo per eccellenza, quello che Marc Augé definisce un posto in cui milioni di individui accostano le proprie vite senza tuttavia entrare in contatto tra loro, con l’unico pensiero dell’attesa. Che tuttavia, talvolta, sfocia in un’analisi di se stessi da seduta psicanalitica.

Mi siedo in un fresco sediolino della linea dieci di Madrid. Il colore che la contraddistingue è un blu cobalto che balza all’occhio. Tribunal, la mia fermata preferita, ed è lì che inizia una sorta di non-viaggio. Il miracolo si compie sotto gli occhi di tutti, eppure tutti siamo assorti in pensieri vaghi e filosofici pur di non considerare il fatto che la terra ci scorre sotto ma anche sopra, e il flash di luce che ci dona ogni stazione è solo un nome scritto su una parete sino a che non si riemerge alla superficie.
A volerlo fare ci si potrebbe restare dentro per ore, per un giorno intero forse. Son lunghi 293 kilometri di ferro su cui urlano le ruote metalliche del treno. La sesta al mondo per grandezza, la metropolitana di Madrid assorbe come poche in Europa.

Il tempo passa e la mia mente ha pensieri uguali e contrari a quella delle decine di persone che mi circondano. Ma ragiono su un fatto. L’attentato dell’11 marzo di Atocha, la stazione principale dei treni della città, ha un qualcosa di terribilmente vigliacco. Tutte le morti, per mano di altri sono orribili, ma colpirti mentre sei assorto, mentre sei quasi assente è una porcheria immane. Come colpire un uomo alle spalle, come soffocarlo nel sonno.
Così quel giovedì del 2004, ben 191 persone non ritrovano la coscienza, scendendo da quei treni, ma la perdono definitivamente, per sempre. Altre 2057 più fortunate, rivivranno quell’angoscia per tutta la vita.

Un non luogo, un treno, che nel giro di pochi secondi diviene un luogo simbolo di una intera nazione. Un monumento ricorda quelle esistenza, una presenza dove l’assenza era la condizione naturale.

Sento qualcosa…mi sveglio, ma non dormivo. E’ la voce metallica, nostra materna guida della modernità, che ci avvisa che il treno sta per giungere in Plaza de España. Solo una fermata.

La prossima volta vado a piedi.

Orgoglio

Standard

Orgullo, Pride, 誇り, Orgoglio, Гордость, Stolz, Orgulho,גאווה

Non c’è molta ombra sabato 2 Luglio, verso le 6 del pomeriggio, a Calle de San Bartolomé, strada alla moda e talvolta smodata di Madrid.

Scarpe radianti calpestano quel po’ di asfalto libero che resta, occhi brillanti posano rapaci i propri sguardi in un altrove ormai presente. L’Orgoglio sfila tra illusioni collettive, e il pensiero va, oltre ciò che resta, che è carne.

Orgullo Gay 2011 ha solo un giorno diverso in cui esprimersi dal più nostrano Orgoglio Tricolore, andato in scena qualche tempo fa, di nostalgiche fantasie fasciste, oppure dal terribile Orgoglio Pedofilo del 2007, eppure infinite sfumature allontanano il significato che alla parola Orgoglio viene dato.

Il limite dell’autostima ci porta a cercare àncore di salvataggio per sfuggire al macello imposto da un “diluvio informazionale” di cui ancora siamo vittime e da cui risulta arduo emanciparsi. L’orgoglio in questione sminuisce la giustizia di alcune cause, rendendo ancora più omogenea e confusa la realtà dei fatti.
Da quale logica possiamo dedurre che un Orgoglio Pedofilo sia meno orgoglioso di un Orgullo Gay? L’infamità di un pedofilo basta a renderlo meno fiero di un fascista in voga di parate militari? E la disponibilità al dialogo di una comunità gay ci aiuta a percepire il suo orgoglio sacrosanto, o è dunque insensato ostinarsi a proporre lo stesso schema informativo, pur consapevoli dei rischi in cui si incorre?
Probabile, piuttosto, è che la commercializzazione dell’immagine di individui e comunità, stia sempre più imponendo stereotipi vendibili, e soluzioni al risparmio, in cui l’inventiva e l’arguzia scarseggiano, e il livello delle discussioni, di qualsiasi rango, tende a muoversi verso il basso, rendendoci incomprensibile persino le diversità tra macrocosmi differenti.

Calle de San Bartolomé, Madrid, un mese prima.
L’ombra scarseggia, e il tardo pomeriggio della capitale, in una piccola via di Chueca, illumina una coppia di passeggio. Lui e Lui, mano nella mano, condividono l’emozione di un tramonto tra tapas e raciones. Un bacio, limpido, sancisce la loro partecipazione alle forze del pianeta. La trasgressione si abbraccia con la quotidianità, e i ruoli si scambiano.
L’orgolio di vivere un piccolo gesto, libero, sincero, quotidiano e universale rende tutto il resto assurdo. E le etichette perdono di valore, lasciando un solo dubbio, che presto si tramuta in certezza: Orgoglio è spesso un ‘”opinione esageratamente vantaggiosa di se stesso” e come tale annienta l’individuo e le sue aspirazioni, la ricerca della naturalezza è invece l’obiettivo. L’unico grande spot, individuale e collettivo, da mettere in scena quotidianamente, liberamente, sinceramente ed universalmente, con l’ambizione di sgombrare il campo dai tatticismi del mercato dell’informazione, per ritrovare una dimensione intima che ci renda più che altro il senso vibrante dell’essere Fiero.

Smontati dell’ Orgoglio siamo così pronti ad ascoltare ed elaborare ciò che il Messaggio nasconde.