La bellezza salverà il mondo…o almeno le nostre periferie

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La rappresentazione della realtà e la bellezza non sono in arte la stessa cosa, e […], dove si sente che manca la bellezza, manca nient’altro che la perfezione stessa del rappresentare

Benedetto Croce

Ci hanno disabituato alla bellezza.
Ovunque volgiamo lo sguardo, in questra nostra società, siamo attratti da immagini belle che richiamano la nostra attenzione, e allo stesso tempo ci allontanano dal concetto di bellezza.
L’imposizione di una mercificazione totale delle regole di convivenza, ci ha consegnato una realtà in cui ci si è dimenticati di alcuni valori fondamentali, propri della spiritualità umana. Uno di questi è certamente il culto del bello.

Le nostre città, stracolme di opulenza visiva, hanno iniziato a costruire un modello comunicativo in cui la bellezza è sempre più asservita al guadagno. Il turista è attratto dal bello, cosuma, e va via, riducendo a merce qualcosa di tutt’altro che materialistico, e relegando la leggerezza della forma di un edificio, a mera attrattività, dove invece sarebbe opportuno considerarla come parte integrante di un organismo vivente, la città, che come tutto necessita di bellezza.
Attenzione quindi, perchè una delle prerogative della bellezza, affinché questa possa essere, è il suo presentarsi come cosa assolutamente inutile, un’entità superflua che compia se stessa senza alcuno scopo, distaccando chi la possegga e chi ne fruisca dagli istinti della natura.

Provando a semplificare, e di molto, immaginiamo ciò che la nostra cara Tv ci propone. Nella gran parte delle trasmissioni siamo bombardati dalla bellezza, disarmante quanto ingrata, di procaci ragazze (o ragazzi), il cui solo obiettivo è riempire un vuoto informativo. E’ chiaro che la necessità di questa bellezza, si contrappone a quella inutile di una qualsiasi persona che anteponga le proprie qualità morali e culturali alla propria estetica. E paradossalmente è proprio questa inutilità a rendere la bellezza quel soprannaturale di inarrestabile efficacia, che in realtà la configura pienamente come tale.

Tornando alle nostre città, possiamo tutti notare come, almeno in Italia, si sia assunta, come regola condivisa, il fatto che nelle periferie si rinunci a decorazioni e accorgimenti estetici. Ciò è ancor più grave considerando che è proprio nelle periferie che vive la stragrande maggioranza dei cittadini, e quindi è proprio lì che i valori culturali di cui sopra, hanno la forma di singoli individui, e camminano in carne ed ossa.
Nella mia città ad esempio, che è Napoli, è avvenuta una cosa che reputo intollerabile.
La fantastica linea metropolitana che nel giro di qualche anno completerà un anello intorno alla città, ha avuto il pregio di portare, per la prima volta, l’arte nel sottosuolo, abbellendo stazioni e passaggi metropolitani con opere d’arte dei più noti artisti contemporanei. Un’idea brillante ed efficace, ma con un vizio ingiustificabile. Le stazioni dell’arte sono solo quelle del centro e dei quartieri ricchi, segnando un solco fra chi, all’interno della stessa comunità ha diritto o meno alla bellezza.
Si dirà che è inutile perchè tanto in periferia distruggerebbero queste opere… Ma è proprio quest’inutilità dell’opera che la rende necessaria. Chi non viene educato al culto del bello, non imparerà mai a conoscerlo e a rispettarlo. Chi non ha fiducia nella bellezza, come dono ai meno fortunati, lo fa solo per egoismo e per un’ancestrale concezione secondo la quale il bello appartiene all’elitè, economica, di una società.

Lancio per cui una proposta (e la rigiro al Comune di Napoli). Raduniamo decine di giovani artisti napoletani, diamogli quel che gli spetta, e forniamogli la possibilità di esporre le proprie opere anche nelle stazioni periferiche della città. Il degrado si vince anzitutto con la bellezza, e con l’educazione. Se non si inizia a stimolare chi è tagliato fuori da questi circuiti virtuosi, mai si potrà giungere ad un recupero sociale delle classi più deboli.
La bellezza appartiene a tutti e va posta in cima alle priorità da fornire ad una cittadinanza, per abbattere prima di tutto le periferie culturali.
Non dimentico la crisi economica, la criminalità organizzata e tutte le amenità di questa società, ma resto convinto che ci sia una grande necessità di innamorarsi del mondo in cui viviamo, e senza alcun motivo.

Questo millenovecento è stato un secolo di filo spinato e sbarre. La mia generazione è stata la più incarcerata della storia d’Italia per motivi politici. Per un prigioniero la bellezza è il pensiero più importante per resistere. […] La bellezza è stata decisiva più del coraggio, per dare fibra alla resistenza

Erri De Luca

Ferro

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E’ un rumore intenso quello di una metropolitana. Ferro su ferro che stride e terrorizza, con l’angoscia di una linea, spesso gialla, a delineare il passo decisivo verso un luogo diverso, lontano. Raramente di un’altra dimensione, ma fortunatamente la maggior parte delle persone preferisce entrare in una carrozza e non finirci sotto…

Il non luogo per eccellenza, quello che Marc Augé definisce un posto in cui milioni di individui accostano le proprie vite senza tuttavia entrare in contatto tra loro, con l’unico pensiero dell’attesa. Che tuttavia, talvolta, sfocia in un’analisi di se stessi da seduta psicanalitica.

Mi siedo in un fresco sediolino della linea dieci di Madrid. Il colore che la contraddistingue è un blu cobalto che balza all’occhio. Tribunal, la mia fermata preferita, ed è lì che inizia una sorta di non-viaggio. Il miracolo si compie sotto gli occhi di tutti, eppure tutti siamo assorti in pensieri vaghi e filosofici pur di non considerare il fatto che la terra ci scorre sotto ma anche sopra, e il flash di luce che ci dona ogni stazione è solo un nome scritto su una parete sino a che non si riemerge alla superficie.
A volerlo fare ci si potrebbe restare dentro per ore, per un giorno intero forse. Son lunghi 293 kilometri di ferro su cui urlano le ruote metalliche del treno. La sesta al mondo per grandezza, la metropolitana di Madrid assorbe come poche in Europa.

Il tempo passa e la mia mente ha pensieri uguali e contrari a quella delle decine di persone che mi circondano. Ma ragiono su un fatto. L’attentato dell’11 marzo di Atocha, la stazione principale dei treni della città, ha un qualcosa di terribilmente vigliacco. Tutte le morti, per mano di altri sono orribili, ma colpirti mentre sei assorto, mentre sei quasi assente è una porcheria immane. Come colpire un uomo alle spalle, come soffocarlo nel sonno.
Così quel giovedì del 2004, ben 191 persone non ritrovano la coscienza, scendendo da quei treni, ma la perdono definitivamente, per sempre. Altre 2057 più fortunate, rivivranno quell’angoscia per tutta la vita.

Un non luogo, un treno, che nel giro di pochi secondi diviene un luogo simbolo di una intera nazione. Un monumento ricorda quelle esistenza, una presenza dove l’assenza era la condizione naturale.

Sento qualcosa…mi sveglio, ma non dormivo. E’ la voce metallica, nostra materna guida della modernità, che ci avvisa che il treno sta per giungere in Plaza de España. Solo una fermata.

La prossima volta vado a piedi.