L’asterisco

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Laurea

Non l’avevo notato, lo ammetto. Era lì da sempre, e nessuno lo aveva notato. Del resto non ci avevano avvisati, ma avremmo dovuto capirlo da soli. L’asterisco era lì e non gli abbiamo prestato attenzione. Ma dai, un lavoro si trova, vuoi vedere che…? Non crederai mica…? Te lo assicuro! Impegnati nello studio che poi… E invece no. È vero, si trova, o si troverà, ma nel frattempo le energie sviliscono, le incertezze aumentano, le passioni si appannano, gli anni trascorrono.

Noi abbiamo già dato, loro non ancora.

Le passioni, la sicurezza, le conoscenze e l’energia torneranno. Gli anni, forse, no.

Decadenza: anno 2013, Italia

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ImageDecadenza. Quasi ovunque, intorno a noi. Oggi è il giorno marchiato a fuoco nel calendario della politica italiana degli ultimi venti anni. Decade Berlusconi. Non cade, decade. Non cade perché in vent’anni nessuno gli ha chiesto di rendicontare sulle sue azioni. Perché in vent’anni molti hanno assecondato i suoi vizi, e coperto sino allo sfinimento la sua immoralità.

Eppure la sensazione che avvolge, è di un processo inarrestabile, che ha visto protagonista tutti, e in corso da molto tempo. Berlusconi decade per pulirci la coscienza, perché non riusciamo più a sostenere il nostro sguardo allo specchio. Un sciacquatina, e via.

Dal dizionario Treccani, tra le tante definizioni della parola, ecco la verità: progressiva diminuzione di prosperità, floridezza, forza, autorità e simili., in una persona (soprattutto con riguardo al valore artistico, morale o alle facoltà creative), in un popolo, in un’istituzione, in una civiltà, ecc.

Che decada dunque Berlusconi, a cui mai avremmo dovuto consentire vent’anni di dominio sulle nostre vite, sui nostri pensieri. Che decada, come è giusto che sia. Ma attenti a distinguere un cialtrone delinquente dai veri decadenti, noi. Già da un po’, già da tempo. E stentiamo ad accorgercene. Avanti il prossimo, sembriamo gridare. Ma i prossimi, siamo noi.

Quella volta che incontrai Pasolini

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Non è facile raccontare come nasce quest’intervista. Incontrare un autore come Pasolini, che ha segnato fortemente il pensiero del novecento italiano, e che ancora riesce a fornire chiavi di lettura per la società che ci circonda, rappresenta per me un momento di grande emozione e, perché no, soggezione.
L’appuntamento è alle nove. La sua casa di Monteverde, a Roma, sembra accoglierci ancor prima del suo proprietario. Quadri, libri, anche le sedie, raccontano di un’esistenza vorace e incredibilmente premonitrice. Raccontano di un pensiero complesso e affascinante, cui affidiamo molte delle nostre domande, anche sulla più stretta attualità.

Pier Paolo Pasolini, scrittore, regista, poeta, e molto altro. Potremmo considerarla un artista in perenne contestazione con la società e la politica?
P.P.P. Direi che un autore, quando è disinteressato e appassionato, è sempre una contestazione vivente. Appena apre bocca contesta qualcosa al conformismo, a ciò che è ufficiale, a ciò che è statale, nazionale. A ciò che insomma va bene per tutti. Quindi non appena apra bocca un artista è per forza impegnato, perché il suo aprire bocca è scandaloso, sempre.

Per quale motivo allora oggi non è più un militante politico?
P.P.P. Lo sono più che mai. Non sono mai stato iscritto ad un partito politico, mi sento un indipendente di sinistra ma continuo a militare più che mai.

Ha ancora senso per lei, scrivere, da questo punto di vista?
P.P.P.
 Mah senso nessuno… Mi sembra una cosa completamente priva di senso. Io continuo ad essere scrittore per forza di inerzia, per abitudine. Ho scritto per tutta l’infanzia, tutta l’adolescenza, ed eccomi qui a scrivere ancora, quindi l’unico senso possibile è un senso esistenzialistico, cioè l’abitudine a esprimersi.

E quali sono i suoi limiti nell’espressione scritta? Se ne individua qualcuno…
P.P.P.  I limiti sono quelli linguistici. Cioè io come scrittore italiano sono molto limitato. Preferirei essere uno scrittore in lingua Swahili… che è la dodicesima lingua del mondo.

E lo scopo della sua scrittura qual’è?
P.P.P. Direi che ci son due categorie di scopi. La prima attiene all’assoluto non senso di essere scrittore. Quelli che io chiamo scopi edonistici, metastorici, metafisici o se vuole assurdi, e si adempiono sotto il segno della Grazia. Nell’altra gerarchia di scopi, troviamo quelli che uno si pone come cittadino piuttosto che come scrittore, e qui rientrano i pesanti concetti di impegno, ecc. Tra le due categorie di scopi in questo momento sono molto incerto. Direi che si compenetrano.

Ecco, ha parlato di impegno. La sua militanza, di cui parlavamo un attimo fa, potremmo definirla dunque un segno positivo, o meglio propositivo…
P.P.P. Ma vede, quando un giovane, o un anziano molto aggiornato, accusando se stesso e gli altri, fino a ridursi alla disperazione e allo sciopero, dice che non c’è nulla da fare, che il sistema non può fatalmente non “mangiare” dice in realtà: io desidero essere mangiato, sparire.

Non sembra essere questo il suo caso. Ha ancora fame di rapporti sociali e di indagare i loro contesti?
P.P.P. Ma io sono direttamente interessato a quelli che sono i cambiamenti storici. Cioè tutte le sere, tutte le notti, la mia vita consiste nell’avere rapporti immediati con tutta questa gente che io vedo cambiare. E questo fa parte della mia vita intima, della mia vita privata e quotidiana.

Il Maestro si alza, si avvicina al balcone e scruta lontano qualcosa. Sembra amaro, e il suo pensiero mi appare in tutta la sua profonda solitudine. Parlare della sua vita privata forse lo turba, o forse lo infastidisce la rinuncia alla dialettica di molti suoi interlocutori. Spero di essere all’altezza.
Compie un giro veloce su se stesso, si dirige verso la poltrona ed è di nuovo lì, disponibile al dialogo.
Andiamo avanti.

Dunque Pasolini, non le saranno certamente sfuggiti gli ultimi avvenimenti. Che idea si è fatto della manifestazione cui hanno partecipato milioni di giovani in tutto il mondo? Qualcuno ha espresso incertezze sulle modalità d’espressione.
P.P.P. Beh ai giovani io sento di dire soprattutto una cosa semplicissima. Se volete essere davvero una nuova generazione di giovani, infinitamente più matura, dovete abituarvi anche a questa atrocità del dubbio, anche a questa sottigliezza sgradevole del dubbio. Dovete cominciare a dibattere veramente i problemi, ma veramente! Non formalmente. Invece si applaudono sempre dei luoghi comuni quando bisogna ragionare, non applaudire o disapprovare. Talvolta chi pretende la libertà, poi non sa cosa farsene.

Cosa pensa della violenza che a volte accompagna manifestazioni ed espressioni di dissenso? 
P.P.P. Ho già detto in passato, in altre occasioni simili a questa, quello che penso. Un Movimento Studentesco non può fare la guerra. La guerra la fanno gli eserciti, e gli eserciti sono un’istituzione… Del resto il Movimento Studentesco e la Resistenza, sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto.

Ma simili violenze possono essere il frutto di una società, e mi riferisco ora all’Italia, votata perennemente allo scandalo?
P.P.P  Anzitutto dobbiamo ricordare che l’opinione pubblica, come una belva, ha bisogno di essere tranquillizzata a proposito di fatti che essa non voglia odiare, mentre ha bisogno di essere aizzata a proposito di fatti che essa voglia odiare. Detto ciò degli italiani piccolo-borghesi si sentono tranquilli davanti a ogni forma di scandalo, se questo scandalo ha dietro una qualsiasi forma di opinione pubblica o di potere. Perché essi riconoscono subito, in tale scandalo, una possibilità di istituzionalizzazione e, con questa possibilità, essi fraternizzano.

Siamo davvero messi così male nell’Italia dei Berlusconi e dei Bersani, dei Bossi e degli Scilipoti?
P.P.P. Faccia un po’ lei… L’Italia, e non solo l’Italia del Palazzo e del potere, è un paese ridicolo e sinistro. I suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: contaminazioni tra Molière e il Gran Guignol. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica, sono due cose inconciliabili oggi in Italia.
Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla, ad esempio, il Ferragosto. Erano l’immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di “raptus”: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti.

Questo però appare come un trionfo della Borghesia che tanto osteggia…
P.P.P. Si, purtroppo si. La borghesia sta trionfando in quanto la civiltà neocapitalistica è la vera rivoluzione della borghesia. La civiltà dei consumi è questa rivoluzione. Non vedo altra alternativa, perché anche nel vecchio mondo sovietico la caratteristica dell’uomo non era tanto quella di vivere e di aver fatto la rivoluzione ecc., ma quella di essere un consumista. La rivoluzione industriale, in un certo senso, livella tutto il mondo.

In che senso scusi?
P.P.P. Beh vede quella acculturazione, quella omologazione che il fascismo non è riuscito assolutamente ad ottenere, il potere di oggi, che è il potere della civiltà dei consumi, riesce ad ottenere perfettamente, distruggendo le varie realtà particolari. E questa cosa è avvenuta talmente rapidamente che non ce ne siamo resi conto. E’ stata una specie di incubo in cui abbiamo visto l’Italia intorno a noi distruggersi e sparire.

Essere consumista diceva. Spesso si passa dall’altra parte divenendo noi stessi oggetto di consumo. E’ quello che accade con la Televisione ad esempio?
P.P.P. Personalmente non considero nulla di più feroce della banalissima televisione! La televisione è un medium di massa, e in quanto tale non può che mercificarci e alienarci. Inevitabilmente, nel momento in cui qualcuno ci ascolta nel video, ha verso di noi un rapporto da inferiore a superiore, che è un rapporto spaventosamente antidemocratico.

Non è proprio possibile un rapporto “alla pari”?
P.P.P.  Ma teoricamente si. Alcuni spettatori che culturalmente o per privilegio sociale ci sono pari possono prendere le nostre parole e rielaborarle. Ma in genere le parole che cadono dal video cadono sempre dall’alto, anche le più democratiche, anche le più vere, le più sincere.

Lei è persona di grandissimo spessore umano e intellettuale. Si sente oggi solo Pier Paolo Pasolini?
P.P.P.
 Forse si. E lo accetto. Ma ricordi che bisogna essere forti per amare la solitudine. Del resto lei è napoletano e dovrebbe saperlo. Vede i napoletani in un certo senso vivono della propria solitudine. Finché i napoletani ci saranno, ci saranno. Quando non ci saranno più, saranno altri. I napoletani hanno deciso di estinguersi, restando fino all’ultimo napoletani, cioè irripetibili, irriducibili ed incorruttibili.

E’ proprio finita allora Maestro? Anche lei sembra uscire sconfitto dallo scontro con questa società.
P.P.P. Ma il successo non è niente, è l’altra faccia della persecuzione. E poi il successo è sempre una cosa brutta per un uomo. Inoltre io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati.
Grave colpa da parte mia, lo so! Ed il bello è che ho anche la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù.

Il nostro tempo è già scaduto.
Mezz’ora di ineguagliabile ricchezza, di cui conserverò l’assurda sensazione di un invito al pensiero, sempre e comunque.
Pasolini si esprime in maniera amara su molti dei temi trattati, eppure sono pronto a giurare che il messaggio positivo c’è.
Ragionare, dibattere, indagare, pensare sono gli imperativi da perseguire instancabilmente.
Ci chiede di pubblicare solo il testo dell’intervista, proprio in virtù di quel rapporto diretto con l’interlocutore-lettore che intende instaurare.

Ma molti di questi concetti, li potete ritrovare anche in tantissimi suoi testi, da Ragazzi di Vita a Petrolio, nei suoi film e anche in molti documenti video.
In particolare, riferimenti di queste dichiarazioni, sono riscontrabili nella preziosa intervista condotta da Enzo Biagi, in quella rilasciata da Pasolini ad un’emittente francese (l’ultima), e nel film documentario La Voce di Pasolini.
Ricchi di questi spunti sono ancora il libro Teorema, e Una vita violenta, oltre al documentario girato dallo stesso autore: Pasolini… e la forma della città.

Vi lascio con il messaggio che Eduardo De Filippo lascia in occasione di una immaginaria scomparsa di Pasolini.
Sono sicuro che Pasolini quel giorno ci abbia riso su. Del resto si sa, questo genere di scherzi allunga la vita.
E Pier Paolo Pasolini è ancora qui.

[Articolo rieditato con qualche modifica dal blog personale su fanpage.it]

La tela bianca e il valore dell’attesa

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Eccola la realtà che da molto tempo inseguivo. Un’esposizione di Antonio López, artista spagnolo classe 1936, è un viaggio verso un realismo all’ennesima potenza, una riscoperta della sublime espressione che è in grado di esaltare ciascun essere umano.
Sono lì, al Thyssen Museum di Madrid, ed ecco che i suoi quadri sembrano avvicinare lo spettatore verso mondi di riflessione, tanto arditi quanto attuali. Un iperrealismo di sensazioni.

Le stagioni.
Antonio López è un pittore, oltre che scultore, dalla incredibile capacità di lettura dello spazio, che sia quello urbano o quello interiore di una vita familiare. Ed ha una grande dote, superiore a tutte le altre, quella di saper attendere.
Molti dei suoi già famosissimi quadri li ha costruiti in tempi lunghissimi, anche più di dieci anni quando necessario, per poi eventualmente modificarli ancora o lasciarli incompiuti in segno di umiltà.
Gran Vía, uno dei tanti omaggi a Madrid e sicuramente tra i più impressionanti, è uno di quelli in cui l’artista ha preso appuntamento con la vita, ogni anno, nello stesso identico luogo, nella stessa stagione dell’anno, negli stessi giorni, nella stessa ora, per sette lunghi anni, per cogliere quell’attimo irripetibile di luce sempre uguale e sempre fondamentale.
Sette anni per creare un capolavoro, è il valore dell’attesa, dei tempi giusti.
Ecco l’insegnamento dell’artista. Del resto la natura traccia la via con i suoi cicli, e agli uomini, quelli migliori, non resta che seguirne l’esempio.

Penso a Vivaldi, e non posso che considerarlo un iperrealista della musica. Con Le quattro stagioni tesse l’elogio dei ritmi della natura, ne amplifica i tratti e dona un suono per ciascuna goccia di pioggia d’inverno, ciascuna foglia d’estate scossa dal vento, e per le infinite meravigliose incertezze delle stagioni più miti.

Penso ancora alla saggezza dei contadini, da secoli artisti dei terreni incolti. Tavole su cui dipingere la vita che nasce dal suolo, sempre la stessa e mai uguale.
Il tempo scandito dalla natura ancora una volta, e sublimato poi nel raccolto dalla fatica. Mai un abuso, sui ritmi della natura commetterebbe un vero contadino, mai forzerebbe spazi e luoghi governati da una legge che richiede anzitutto l’attesa, e il momento propizio, per trarre il meglio da ogni seme.

Antonio López dicevamo. Ho scelto lui perché si tratta di un vero artista, e come tutti i veri artisti è anche politico, poiché legge, smonta e interpreta la realtà, che sia quella sociale o quella della natura.
Basterebbe questo parallelo per “dipingere” la nostra classe politica.
Se è vero quello che ho scritto, allora deve essere vero anche il contrario. Il politico ha il dovere di calarsi nei panni dell’artista, studiare gli elementi, la tela, il soggetto da interpretare ossia la società, e costruire il proprio capolavoro, senza fretta e nei tempi giusti.
Ogni dettaglio diventa cruciale e  ogni puntino della tela, ogni individuo, parte fondante dell’intera opera.

Purtroppo guardo intorno e son costretto a destarmi da questa utopia.
Un governo, e una classe politica che da vent’anni umiliano le nostre tonalità, tralasciando i tempi che cambiano, e proponendo arrogantemente le stesse cose, costituiscono un pittore che non ascolta i suoi colori, ciò che lo rendono tale. La cosa più importante.
Come suonare La primavera unicamente col trombone, come piantare un albero esotico nell’Europa del nord.

I cicli della natura, sono però immutabili, e l’essere fuori stagione non è tollerato a lungo, se non con risultati scadenti. La terra rigetta persino un seme che sia sempre lo stesso, tanto che è necessario ricorrere ad un’alternanza anche tra i prodotti da piantare in uno stesso posto.

Ho l’impressione che presto si sveglieranno anche loro, e scopriranno di aver dipinto persino sul loro futuro e sulla loro vita, un inguardabile ritratto di se stessi, un Dorian Gray del duemila.
La tela sarà da gettare, ma i colori esisteranno sempre, ovunque, e pronti a ricominciare.

[Articolo originariamente scritto per fanpage.it]