Let’s Loop disponibile in Italia. Un nuovo modo di concepire la musica…gratis

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Nel panorama italiano dei social network dedicati alla musica, da oggi risponde presente anche Let’s Loop. Il sito web britannico, e non poteva essere altrimenti, creato da Richard Deans e Chris McEldowney, promette di affermarsi sulla scena internazionale come una piattaforma integrata in grado di fornire all’utente un’esperienza d’ascolto streaming a 360 gradi, completamente gratuita, anche per i non iscritti. Discover. Music. Together. È questo lo slogan della compagnia che dopo le versioni in inglese e spagnolo, è ora pronta a sbarcare in lingua italiana (anche se in versione beta, essendo ancora in fase di rodaggio e quindi con parti del sito ancora in lingua madre).[quote|left]Chris McEldowney – Let’s Loop|Social come Facebook, visivamente accattivante come YouTube, e sintetico come Twitter, offre un database di più di 30 milioni di canzoni. Il tutto completamente gratis.[/quote]

Curiosando un po’ sulla web, ci si rende presto conto delle sue potenzialità, soprattutto per un mercato, quello italiano, poco fidelizzato da altri competitor come Spotify e LastFM, che pur riscuotendo un buon successo, obbligano l’utente ad abbonarsi per alcuni servizi.
Con Let’s Loop, una volta iscritti, sarà possibile creare un vero e proprio profilo musicale online, con i propri artisti preferiti, pubblicando e condividendo Loop (che possono riguardare canzoni, album, artisti, conversazioni, link di contenuti non trovati sulla piattaforma, playlist o eventi), e seguendo, così come su Twitter, persone che condividano i propri gusti musicali.

Così come affermano gli autori,  Let’s Loop si presenta come una piattaforma dalle caratteristiche social come Facebook, visivamente accattivante come YouTube e sintetica come Twitter, consentendo di ascoltare playlist personalizzate e pubblicazioni proprie e di amici, attraverso varie piattaforme di streaming (tra cui Spotify, Deezer, Rdio e appunto YouTube) con un database complessivo di più di 30 milioni di canzoni. Un progetto dunque ambizioso che va a cimentarsi in un mercato, quello dei siti per l’ascolto di musica in streaming, dove altri in passato hanno fallito (su tutti Ping della Apple).

Ciò che sembra giocare particolarmente a suo favore, è la centralità che la musica assume in ogni aspetto dell’esperienza: si possono acquistare i brani con iTunes in qualsiasi momento, o continuare ad ascoltarli attraverso un player esterno, per consentire di navigare contemporaneamente su altre pagine. Del resto, l’idea – sottolineano ancora i fondatori – era quella di creare un luogo virtuale in cui concentrare tutto ciò a cui possa essere interessato un appassionato di musica. Un unico luogo per seguire gli eventi dei cantanti preferiti, ascoltare radio personalizzate, sbirciare tra le pagine di ciascun artista con foto, recensioni ed eventi (grazie a Songklick) e molto altro.

L’aspetto social, d’altro canto, non sembra scavalcare i limiti della riservatezza, con impostazioni che possono essere facilmente regolate dall’utente.
Un’ultima nota da aggiungere su Let’s Loop, riguarda l’esistenza di classifiche per canzoni, artisti, utenti, eventi etc, che ognuno può contribuire ad aggiornare costantemente votando positivamente o negativamente con un semplice click.

Staremo a vedere la risposta degli utenti italiani, ma ad ogni modo le premesse per raccogliere consensi ci sono tutte. Come per ogni nuova pagina web che abbia grandi ambizioni, l’utilizzo sarà fondamentale per limare gli ultimi dettagli e consegnare un prodotto in grado di soddisfare in tutto e per tutto i suoi fruitori. Sul sito, del resto, è presente un invito a collaborare e a suggerire idee per migliorare il servizio (in ogni dettaglio, dalla traduzione che, ripetiamo, è in progress sino ai parametri più tecnici), puntando sulla condivisione del progetto per far crescere la sua qualità.

Il co-founder Chris McEldowney, intercettato in un pomeriggio di lavoro a Madrid, dove attualmente ha il suo headquarter, ci ha spiegato il perché di questa apertura verso il mercato italiano: “Si tratta – ha detto – di un’operazione avviata nell’ottica di una strategia di espansione di Let’s Loop, che ad oggi può essere raggiungibile già da 180 paesi nel mondo [Spotify opera in circa 30 mercati, ndr]. Abbiamo prestato orecchio alle sollecitazioni che da più parti ci giungevano e l’attenzione riservataci dagli utenti italiani ci ha convinti ad adattare completamente  Let’s Loop a questo mercato. Siamo convinti che poter godere dei servizi di Let’s Loop in lingua italiana, anche se sono presenti ancora alcune parti in inglese che presto provvederemo a tradurre, contribuirà al miglioramento dell’esperienza d’ascolto e di condivisione della musica; che resta il nostro costante e principale obiettivo, in ogni mercato. Con tempo e pazienza, contiamo di poterci ritagliare un ruolo importante tra le piattaforme d’ascolto degli appassionati di musica d’Italia; uno dei riferimenti indiscussi della musica in tutto il mondo”.

La sfida di Let’s Loop, insomma, è lanciata. Ora a voi la parola, e le cuffie…

[Articolo scritto per Fanpage.it]

L’era della Galassia Zuckerberg

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Devo ammetterlo… adoro Twitter. La sua capacità, unica sino da ora, di far rimbalzare informazioni da una parte all’altra del mondo è un qualcosa di rivoluzionario, quello che sembra essere l’attuazione più riuscita delle potenzialità della rete.
Ed è probabilmente per questo che, qualche tempo fa, rimasi un po’ deluso dal fatto che la notizia della morte di Fidel Castro, fosse falsa. Non per l’evento in sé, quanto piuttosto per la grande occasione persa dalla rete, e da Twitter in particolare, di scavalcare per la prima volta, per una notizia tanto importante, i media tradizionali, e demarcare in tal modo un prima e un dopo nell’era delle informazioni social.

Ho tanto a cuore le sorti di Twitter, così sobrio rispetto a Facebook, che pongo a me stesso e agli altri moltissime domande sul suo utilizzo e sul suo impatto nella vita di tutti noi.

Lo spunto più interessante me lo ha fornito un articolo di Bill Keller, ex (dal 6 settembre 2011) direttore del New York Times, che da utilizzatore convinto di social network, si è chiesto se con l’avvento di questi strumenti comunicativi sia stata messa in pericolo una parte delle capacità cognitive degli esseri umani.

Nella sua tesi, assolutamente robusta, la rivoluzione informazionale in cui ci stiamo calando è paragonabile a quella che si ebbe con Johann Gutenberg, “lo Zuckerberg del suo tempo”, che in poco tempo cancellò secoli di oralità, in cui imparare e recitare un testo a memoria era stata una prerogativa abbastanza comune.
Una sorta di Galassia Zurckerberg, giocando con l’intuizione di McLuhan, in grado di rimodulare il concetto di esperienza umana. In casi come questo, una parte della complessità umana, defilandosi per far spazio al supporto esterno, si libera e attiva altre funzionalità prima sopite, o almeno questo è ciò che si spera.

Ma è davvero così?
In effetti il rischio che un mezzo straordinariamente popolare come Facebook svilisca le nostre capacità di relazione esiste, così come cercare on line tutte le informazioni di questo mondo sta realmente affievolendo le nostre capacità di memoria. La chiave di tutto è nel come riusciremo ad utilizzare quelle capacità cognitive che si stanno liberando dalle catene dell’esigenza.
Volendo fare un esempio su cosa evitare, basta orientarsi sulla dimamica delle conversazioni che sosteniamo all’interno dei social network.
A ben vedere un dialogo su Facebook scivola spesso nella banalità e nella prevedibilità delle sue parti, e costituisce uno scarsissimo esercizio di relazione, peraltro già mal concepito, da cui sarebbe il caso di tenersi alla larga.
Allo stesso modo Twitter, che pure offre la possibilità di conversare, ricorda troppo spesso, come lo stesso Keller sottolinea, i dialoghi che hanno luogo tra bambini capricciosi, con frasi sincopate e rigide del tipo “Sei stato tu” – “No” – “E invece si!” – No e no!”
Il sospetto secondo Keller è che “le amicizie su Facebook, così come le chiacchiere su Twitter, stiano prendendo il posto delle conversazioni e dei rapporti reali, proprio come l’invenzione di Gutenberg ha soppiantato la memoria.
Le cose che disimpariamo un tweet dopo l’altro, vale a dire la complessità, l’acume, la pazienza, la saggezza, l’intimità, sono importanti”. Inoltre nelle discussioni reali le argomentazioni si susseguono in ordine crescente, con una complessità che aumenta, e a volte interviene persino un processo di persuasione che, per dirla tutta, è pressoché assente nel batti e ribatti telematico.

Tuttavia è con cauta certezza che sento di poter divergere da questa visione un po’ apocalittica, o quanto meno deprimente delle nuove frontiere del comunicare. Questo soprattutto se consideriamo le nostre azioni per quello che siamo, come sempre dovrebbe accadere.
E’ piuttosto scontato infatti che in una società basata su un’economia di mercato, in cui la spettacolarizzazione la fa da padrone, mezzi di comunicazione così attrattivi e diretti, riescano a porre al centro (immaginario) dell’attenzione l’individuo, e siano talvolta veicolo di enormi distrazioni di massa. Ma è altrettanto certo che proprio per questa grande popolarità, questi mezzi finiranno, col tempo e a tutte le latitudini, per aderire completamente con gli individui che li utilizzeranno, e quindi renderanno paradossale ogni discorso sull’affidabilità del medium, rimandando tutto alla singola esperienza umana, in carne ed ossa, proprio come accade quando ci fidiamo o meno di una persona.

Detto ciò, in buona sostanza Twitter, tanto più che Facebook, ha la possibilità di stravolgere il mondo dell’informazione se, e solo se, saremo in grado di coglierne la portata. L’invito è di non lasciarsi andare al fascino della contemplazione che coinvolge un po’ tutti noi quando assistiamo con stupore, per ore, allo scorrere interminabile di tweets. E questo per non cadere nel tranello di cui parlavamo prima, ossia nell’incapacità di adoperare le risorse rese libere dalla tecnologia per implementare l’esperienza vissuta del nostro quotidiano.

I presupposti ci sono tutti. Basta guardare un po’ indietro, per rendersi conto della grande capacità di adattazione che la nostra mente possiede, ogni qual volta una nuova tecnologia ne modifichi la funzionalità. Come sostiene Nick Bolton, blogger di tecnologia sul NYT, le ricerche dimostrano che il cervello si adatta a queste trasformazioni in meno di una settimana, a prescindere dall’intelligenza. Dunque la nostra mente è in grado di accettare perfettamente un supporto esterno di memoria, pur mantenendo, e anzi migliorando, la propria capacità di analisi.

In un romanzo di Meg Wolitzer, The uncoupling, la comunità dei liceali viene descritta come una “generazione che ha avuto informazioni, ma nessun contesto. Burro, ma niente pane, voglie ma nessun desiderio“.
Io non credo affatto sia così, e sono sicuro che l’essere umano saprà, all’occorrenza, creare nuovi contesti dove accrescersi.
E voi, cosa ne pensate?