Viaggio

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Un viaggio di mille miglia comincia sempre con il primo passo.
Lao Tzu

La storia di Raffaele Furno inizia molto tempo fa, e precisamente il 23 giugno 1931, quando nasce in un paesino della provincia di Benevento. Il suo viaggio inizia quel giorno. Quella di Salvatore Novembre comincia invece l’8 luglio 1960: giorno della sua morte, a 20 anni.

Raffaele oggi ottantenne, si appresta a ricevere il dilpoma in Geometra.
L’esperienza di questo percorso è emblematica, la tenacia che traspare illuminante. E cosa ha spinto dunque questo anziano signore ad andare più in là dei luoghi comuni e delle banalità che il nsotro tempo spesso ci offre? La sua grande passione per l’avventura.
Raffaele, ora circondato dai nipoti, lascia la scuola al terzo anno magistrale, e si abbandona alla vita da marinaio. Al suo ritorno è ancora viaggio, questa volta l’Austrialia.
Il resto è storia nota… con un passaggio in più, anzi due: la perdita della moglie, un mese fa, e una promessa fatta tanti anni prima al padre. “Prenderò quel diploma”, e così è stato.

E’ affascinante immaginarsi vecchi e felici, ma ancora di più deve essere sentirsi vivo e partecipe del mondo che ti scorre accanto.

Probabilmente Salvatore Novembre doveva provare questo la mattina dell’8 luglio del 1960, quando partendo da Agira, si recava Catania per cercare lavoro. Quel giorno il popolo protestava, lo sdegno popolare per gli eccidi di Licata e Reggio Emilia, e partecipava al disagio collettivo che violento gravava sulle spalle dei poveri di sempre. Una manifestazione invadeva la città, coinvolgendo Salvatore.
Di sera un colpo, forse qualcuno in più, mettono fine al suo viaggio di speranza, la polizia lo ha colpito, e per più di tre quarti d’ora il suo corpo, trasportato dalle forze di sicurezza al centro della piazza, perde sangue.
Solo molto dopo sarà concesso a qualcuno di avvicinarsi a quel che resta di una persona, ma è troppo tardi. Questo ragazzo muore così.
Tuttavia la sua immagine inizia a viaggiare. Salvatore diviene un simbolo contro i soprusi, contro le vergogne taciute, e il suo ricordo cammina nel pensiero e nelle parole di tanti altri, che come lui, s’incamminano su sentieri difficili e vivi allo stesso tempo.

Le storie, lontane, assurdamente qui accostate, ci rimandano un messaggio che muove dalla centralità della parola Viaggio. Un percorso talvolta a noi sconosciuto, una sensazione interiore di perseguire la giusta direzione. Ed è ben chiaro che chi insegue valori alti non può permettersi di arrivare mai. Non sentirsi appagato nemmeno un minuto prima della propria dipartita. E se tali valori si sono perseguiti in vita, siatene certi, il viaggio continuerà. In un altrove che non ci è dato sapere, e più probabilmente su questa terra, in altri sentieri, con altri occhi, altre individualità che hanno riposto fiducia nel nostro percorso.

Laggiù, tutto non è che ordine e bellezza, 

 lusso, calma e voluttà.

Charles Baudelaire, Invito al viaggio, da I Fiori del Male, 1859

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Ferro

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E’ un rumore intenso quello di una metropolitana. Ferro su ferro che stride e terrorizza, con l’angoscia di una linea, spesso gialla, a delineare il passo decisivo verso un luogo diverso, lontano. Raramente di un’altra dimensione, ma fortunatamente la maggior parte delle persone preferisce entrare in una carrozza e non finirci sotto…

Il non luogo per eccellenza, quello che Marc Augé definisce un posto in cui milioni di individui accostano le proprie vite senza tuttavia entrare in contatto tra loro, con l’unico pensiero dell’attesa. Che tuttavia, talvolta, sfocia in un’analisi di se stessi da seduta psicanalitica.

Mi siedo in un fresco sediolino della linea dieci di Madrid. Il colore che la contraddistingue è un blu cobalto che balza all’occhio. Tribunal, la mia fermata preferita, ed è lì che inizia una sorta di non-viaggio. Il miracolo si compie sotto gli occhi di tutti, eppure tutti siamo assorti in pensieri vaghi e filosofici pur di non considerare il fatto che la terra ci scorre sotto ma anche sopra, e il flash di luce che ci dona ogni stazione è solo un nome scritto su una parete sino a che non si riemerge alla superficie.
A volerlo fare ci si potrebbe restare dentro per ore, per un giorno intero forse. Son lunghi 293 kilometri di ferro su cui urlano le ruote metalliche del treno. La sesta al mondo per grandezza, la metropolitana di Madrid assorbe come poche in Europa.

Il tempo passa e la mia mente ha pensieri uguali e contrari a quella delle decine di persone che mi circondano. Ma ragiono su un fatto. L’attentato dell’11 marzo di Atocha, la stazione principale dei treni della città, ha un qualcosa di terribilmente vigliacco. Tutte le morti, per mano di altri sono orribili, ma colpirti mentre sei assorto, mentre sei quasi assente è una porcheria immane. Come colpire un uomo alle spalle, come soffocarlo nel sonno.
Così quel giovedì del 2004, ben 191 persone non ritrovano la coscienza, scendendo da quei treni, ma la perdono definitivamente, per sempre. Altre 2057 più fortunate, rivivranno quell’angoscia per tutta la vita.

Un non luogo, un treno, che nel giro di pochi secondi diviene un luogo simbolo di una intera nazione. Un monumento ricorda quelle esistenza, una presenza dove l’assenza era la condizione naturale.

Sento qualcosa…mi sveglio, ma non dormivo. E’ la voce metallica, nostra materna guida della modernità, che ci avvisa che il treno sta per giungere in Plaza de España. Solo una fermata.

La prossima volta vado a piedi.

Così è (se vi pare)

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Byron Bay, Australia… Chi è mai stato a Byron Bay?

J. Pollock, Blue Poles, 1952

Probabilmente io non ci andrò mai, né ciò mi dispiace a dire il vero.

A volte basta davvero poco per avvertire un battito di vita..e la cartolina che ho qui davanti mentre vi scrivo, e di cui so assolutamente nulla, mi ha fornito un pretesto per compiere un piccolo viaggio, che dopo aver circumnavigato il globo terrestre si è fermato qui, davanti a voi, davanti a me, ad un passo dalla realtà eppure così concretamente percepibile, in queste prime righe di un’avventura personale e collettiva, di cui posso raccontarvi davvero poco…

Ciò che so, ciò che sappiamo, è che la prima cosa che faremo, una volta abbandonata questa primordiale pagina che ci accomuna, sarà cercare, non senza una morbosa quanto viziata curiosità, Byron Bay in un qualsiasi motore di ricerca.

Sarà solo una prova, un tentativo di stabilire un contatto ancora in divenire. L’inizio di un viaggio che da terre lontane ci porterà alla porta accanto, o forse ancora più vicino. Sicuri una volta per tutte di cosa abbiamo a cuore.

Non ho promesse da fare, ne tantomeno da mantenere…

Ho solo bisogno di un patto, forte, leale, duraturo. Un patto di SangueVivo.

Paolo Minucci